sabato 27 febbraio 2016

Il nuovo Sacro Romano Impero della nazione germanica

LA PAROLA ALL’ESPERTO

La rubrica mensile di IMESI che riporta la voce degli esperti sulle maggiori tematiche di politica internazionale

Il nuovo Sacro Romano Impero della nazione germanica 


 a cura di Rosario Fiore Cultore di diritto pubblico comparato Unipa e 

Segretario generale I.Me.Si


L'ultimo tormentone andato in scena al Consiglio Europeo di Febbraio - l'affaire Brexit,  di cui ha già parlato e brillantemente in questo blog il nostro giovane ricercatore Davide Daidone (http://imesipalermo.blogspot.it/2016/02/la-guerra-in-casa-nostra-brexit-e-il.html) offre lo spunto per una ulteriore riflessione sull'Unione Europea, cosa oggi rappresenta e cosa potrà rappresentare nel prossimo futuro. E' noto che il 23 giugno prossimo il Regno Unito sarà chiamato ad esprimersi su un delicato referendum popolare: restare o meno nell' Unione Europea, sciogliendo, finalmente, un nodo che gli inglesi si portano dietro sin dai tempi  di Margaret Thatcher, il cui antieuropeismo, oggi reinterpretato da Cameron, raggiunse l’acme nel celebre discorso di Bruges nel 1988,  quando la Lady di Ferro, rivolgendosi alla platea del Collegio d’Europa - istituto indipendente di studi europei post-universitari -  nella cittadina belga, definì lo’allora Comunità europea «un club che si guarda l’ombelico, ossificato in una mania da iperregolamentazione», e aggiunse: «non abbiamo fatto arretrare i confini dello Stato in Gran Bretagna per vederli riespandere a livello europeo con un super-Stato che esercita una nuova forma di dominio da Bruxelles». L'antieuropeismo inglese, pertanto, non rappresenta affatto una novità e la posizione assunta da Cameron, che in ogni caso ha portato a casa un buon risultato, è perfettamente in linea con il nazionalismo  thatcheriano e con l'avversione degli inglesi verso i tedeschi, che, non dimentichiamo, furono loro acerrimi nemici durante gli ultimi due conflitti mondiali. Ciò premesso, tuttavia, non voglio occuparmi di Brexit, ma vorrei condividere con i lettori una breve riflessione, faziosa ovviamente, sull'Unione Europea. Non credo di dire una cosa nuova quando affermo che, giuridicamente e tecnicamente,  uscire dall'Unione Europea si può: basta leggere la procedura di recesso prevista e disciplinata dall'art. 50 del Trattato sull'Unione Europea, per come rivista col Trattato di Lisbona. Questa premessa, ovvia ripeto, mi è tuttavia utile per potere consequenzialmente affermare che, al di là di ogni demagogica ed ideologica retorica sul valore e sui valori comuni (???) dell'Unione Europea, quest'ultima è e rimane una semplice organizzazione internazionale, sui generis per carità, ma pur sempre una normale organizzazione internazionale soggetta alle norme di diritto internazionale sui trattati e sui rapporti tra gli Stati e le organizzazioni internazionali; per dirla con Benedetto Conforti,  “una organizzazione internazionale altamente sofisticata”. Se, infatti, la presenza di organi con ampi poteri decisionali nonché il principio della prevalenza del diritto “comunitario” sul diritto interno fanno propendere per una sorta di embrionale Stato federale, tuttavia, l'immutata e non scemata sovranità di ciascuno Stato membro, anche in quelle materie che sono di esclusiva competenza dell'Unione, alla fine ci portano sempre allo stesso risultato: trattasi di una organizzazione internazionale e non di uno Stato federale. Non può, infatti, passare inosservato che dei quattro organismi decisionali più importanti, il Consiglio Europeo e il Consiglio dell'Unione Europea – quest'utimo vero legislatore “comunitario”- sono organi di Stati, cioè organi in cui ciascun componente rappresenta non gli interessi generali dell'Unione ma gli interessi particolari dello Stato che rappresenta; sono organi, pertanto, le cui decisioni sono frutto di una mediazione politica tra gli opposti interessi e le cui decisioni, relativamente al Consiglio dell'Unione in materie delicate quali la politica estera e la fiscalità, sono tutt'oggi deliberate all'unanimità. Sottolineare questo dato  è importante in quanto mette in evidenza, ancora una volta, la fragilità intrinseca dell'Unione Europea, di cui l'affaire Brexit altro non è se non la prova del nove. Questa fragilità, che spiace constatare non è stata superata dalla nuova impalcatura istituzionale di Lisbona, è resa evidente per almeno quattro considerazioni: in primo luogo, pur essendoci una moneta unica – mi riferisco ovviamente ai soli Paesi dell'Eurozona – non vi è tuttavia  una politica monetaria unica; in secondo luogo, pur essendoci un mercato comune di libero scambio del lavoro, delle merci e dei servizi,  non vi è una politica comune in materia fiscale; in terzo luogo, pur esistendo un'area di libera circolazione delle persone,  tuttavia, in presenza di eventi di eccezionale gravità ( atti terroristici ad esempio) lo Spazio Schengen può essere derogato e sospeso; in quarto luogo, non vi è una  politica estera e di sicurezza realmente comune, atteso che l'Alto Rappresentante per la Politica Estera gode di poteri più onorifici e celebrativi che veri ( ricordo ancora vividamente che il 6 febbraio dell'anno scorso, durante la crisi russo-ucraina, la politica estera dell'Unione fu assolutamente assente e addirittura scavalcata dall'asse franco -tedesco con Hollande e la Merkel che si precipitarono a Kiev per sottoporre a Putin un piano di pace). Bisogna allora chiedersi che senso ha questa Unione Europea, in cui non vi è una governance politica reale e in cui i singoli Stati rimangono tutt'ora pienamente e giustamente sovrani di fare ciò che vogliono. Personalmente sono contrario all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea ma non perché ritengo che questo sia il primo passo per una definitiva estinzione dell'Unione; sono contrario perché il Regno Unito ha rappresentato e può continuare a rappresentare l'unico contrappeso serio e credibile alla Germania e al pangermanesimo, sempre strisciante e sempre pericoloso; ma soprattutto sono contrario perché una Unione Europea senza il Regno Unito finirebbe per  diventare una sorta di moderno Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, con l'Italia ancora una volta ridotta a ruolo di vassallo. Per cui, se il 23 Giugno il Regno Unito dovesse decidere per un recesso unilaterale dall'Unione Europea, occorrerà seriamente iniziare ad interrogarsi se sia ancora utile, politicamente ed economicamente, farne parte, ben sapendo che recedere si può.

giovedì 25 febbraio 2016

Nuovi venti di guerra in Libia: il ruolo dell'Ue e dell'Italia

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Nuovi venti di guerra in Libia: il ruolo dell'Ue e dell'Italia




La situazione politica in Libia
Da quando il regime di Gheddafi è stato rovesciato nel 2011, il paese nordafricano è sprofondato nel caos, dove due governi rivali, ognuno sostenuto da frange di ex ribelli, rivendicano la propria autorità: uno è il governo scaturito dalle elezioni del giugno 2014  situato nella città orientale di Tobruk, braccio politico del Generale Haftar, l'ex generale dei tempi di Gheddafi che, sconfitto in Ciad nel 1987, si ritirò poi in America e tornò in Libia per combattere il dittatore nel 2011. La sua autorevolezza garantisce l’appoggio militare di due partner internazionali di peso come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti i quali, in passato, hanno condotto raid aerei contro obiettivi dell’ISIL e di Alba Libica, una formazione di milizie originarie di Tripoli e Misurata vicini ai Fratelli Musulmani. L’altro è il governo di Tripoli sostenuto dal Nuovo Congresso Nazionale Generale e dalla stessa coalizione Alba Libica che a sua volta gode di un appoggio non troppo nascosto di Qatar e Turchia. Inoltre dal 2014, dopo la conquista della città di Derna e quella più recente di Sirte, lo Stato Islamico, per la prima volta fuoriuscito dai confini di Siria e Iraq, rappresenta la terza forza all’interno della Libia. Per ovviare alla piaga dell’indeterminatezza politica, che di fatto rende la Libia uno “Stato fallito”, il 23 dicembre 2015, con la risoluzione ONU n°2259, si è adottato ufficialmente l’ “Accordo Politico Libico” che prevede un governo di unità nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk e quello di Tripoli e intima agli Stati membri di relazionarsi esclusivamente con il governo di unità nazionale e, all'articolo 12, stabilisce che si può intervenire militarmente contro l’ISIL solo "previa richiesta del governo libico." Tuttavia questo governo, con a capo Faiez Serraj accompagnato da un Consiglio Presidenziale di 9 membri, non svolge le proprie funzioni nella capitale Tripoli (sede dell’intera macchina statale libica, dei Ministeri, della Banca Centrale e della Società del Petrolio) la quale è ancora controllata dalle milizie di Alba Libica, bensì da un albergo di Tunisi, inoltre, il Parlamento formatosi non riesce a funzionare a causa delle difficoltà a riunirsi raggiungendo il quorum legale. Questa situazione di empasse va a tutto vantaggio dell’avanzata nel Paese dell’ISIL e degli affari illeciti condotti dai trafficanti di esseri umani. Per far fronte a questi problemi, che tanto preoccupano la comunità internazionale tanto da far figurare la loro risoluzione in cima alle agende di politica estera delle principali cancellerie europee e d’oltre oceano,  è in corso un negoziato ONU, guidato dal generale italiano Paolo Serra, finalizzato ad un accordo che consenta al governo di unità nazionale di operare nella Capitale. I recenti bombardamenti effettuati da droni statunitensi partiti dalle basi militari siciliane su territorio libico, l’aumento del numero di aerei e navi da guerra britanniche nell’isola di Cipro, congiuntamente all’offensiva dell’esercito fedele al Parlamento di Tobruk condotta nella città di Bengasi  contro lo Stato Islamico costretto a ripiegare e le ultime notizie non ufficialmente smentite della presenza entro i confini libici di 180 militari francesi impegnati in operazioni segrete, hanno riacceso l’attenzione dei media su quella che viene definita da tempo la seconda guerra civile libica, anche se, come si può intuire, sarebbe più opportuno identificarla per ciò che realmente è: l’ennesimo conflitto interno internazionalizzato. Infine, il parlamento di Tobruk ha rinviato alla prossima settimana il voto sul governo unitario sponsorizzato dall’Onu, allontanando con ciò la soluzione politica della crisi. Di fatto la Libia continua ad avere tre governi: quello di Serraj e quelli di Tripoli e di Tobruk. 

Il ruolo dell’Unione Europea e l’Operazione Sophia
Secondo un documento scritto dall'ufficiale italiano Credendino, il quale è a comando dell' “Operazione Sophia”, indirizzato alla Comitato Militare dell'Unione Europea e al Comitato Politico e di Sicurezza, catalogato come “riservato” e rilasciato da un’anonima fonte autorevole di uno dei Paesi dell’UE a Wikileaks, l’Unione Europea avrebbe in programma di attuare la volontà militare, espressa dall’ European Union Military Committee (Eumc - un dipartimento in cui siedono i Capi di Stato Maggiore dell'Europa), di prepararsi ad un intervento militare diretto in Libia. L’ Op. Sophia (EUNAVFOR MED) avviata nel giugno 2015, con il sostegno di 22 nazioni europee su 28 ( e l’indicazione di partner potenziali come l’Unione Africana, l’Onu, la Nato, la Lega Araba e altri collaboratori come Egitto, Tunisia e, quando ci sarà un governo legittimo, la Libia), nasce, in coordinamento con l’agenzia FRONTEX, come contrasto alla crisi migratoria e il relativo sfruttamento economico della situazione da parte dei trafficanti di esseri umani nell’area del Mediterraneo centrale e si articola in 3 fasi principali.
1)La prima fase sarebbe già stata completata il 7 ottobre scorso e riguardava operazioni di intelligence volte a dispiegare le forze e raccogliere informazioni sul modus operandi dei trafficanti e contrabbandieri di esseri umani tramite l’uso di droni.
2)La seconda fase, attualmente in corso, prevede che la Task Force possa eseguire, nel rispetto del diritto internazionale, fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di esseri umani. Tale fase è stata a sua volta suddivisa in una sotto-fase detta “2A” che comporta l'uso di 16 navi e velivoli di diversi paesi dell'UE per fermare i trafficanti in acque internazionali, attualmente in corso, ed una in acque territoriali libiche, che potrà iniziare a seguito di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’invito del governo libico. Nel rapporto l’ufficiale Credendino scrive: “Da un punto di vista militare, sono pronto a passare alla fase 2B in Acque Territoriali libiche, […] ma ci sono una serie di ostacoli politici e legali che devono essere affrontati prima che io possa raccomandare questa transizione". Infatti è necessario il permesso del governo libico per entrare nelle proprie acque territoriali, inoltre bisogna avere la sicurezza su chi avrà la competenza di giudicare i sospetti trafficanti arrestati. 
3)La terza fase, volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai trafficanti, fa riferimento ad una eventuale presenza di truppe dell’Unione Europea in Libia, il Ministero degli esteri italiano fa sapere che “anche questa Fase necessita di Risoluzione del’ONU e del consenso e cooperazione da parte del corrispondente Stato costiero”. Inoltre il rapporto non esclude di attuare operazioni anche contro le milizie dello Stato Islamico in conformità con l’art. 12 della risoluzione ONU n° 2259 sopracitata.
Dal rapporto dell’ufficiale Credendino si evince però anche la consapevolezza di dover fronteggiare numerosi problemi: uno tra tutti il fatto che le due autorità locali  rivali (quella di Tripoli e quella di Tobruk)  hanno dichiarato che non possono tollerare una possibile operazione europea su suolo libico, inoltre mancherebbe anche l’avallo del governo di unità nazionale di Serraj, il quale, per paura di perdere ulteriormente la sua fragile legittimazione popolare, sarebbe restio nel chiedere un intervento diretto sul territorio per non veicolare l’idea di essere un “governo fantoccio” in mano agli occidentali. Come contropartita è stato quindi proposto nel rapporto di offrire alle varie compagini l’addestramento della marina e della guardia costiera, ma con il rischio concreto che questo possa rivelarsi un boomerang nel lungo periodo. Il documento avverte anche le istituzioni politiche dell’UE di non pubblicizzare la missione per evitare che l’operazione venga percepita dai migranti come una “missione di salvataggio” che li incentiverebbe ad intraprendere il viaggio della speranza. Questo “errore” sarebbe stato commesso con l’operazione dell’Agenzia Frontex, perciò viene suggerito che “la strategia d’informazione deve evitare di suggerire che il focus dell’intervento sia il salvataggio dei migranti, ma enfatizzare al contrario che lo scopo dell’operazione è ostacolare il giro d’affari del traffico dei migranti”. Alla luce di ciò non è realistico domandarsi SE e con quali modalità ci sarà un intervento militare in Libia bensì QUANDO avverrà. Viene naturale chiedersi quale sia l’immagine che l’Unione Europea vuole dare di sé e quale sia la sua reale volontà riguardo il problema dell’immigrazione, il quale, solo nell’ultimo anno, ha provocato un numero di vittime stimato superiore a 1800, vale a dire 20 volte in più rispetto al 2014. Dato che fermare l’immigrazione è impossibile, è necessario gestirla.

Il ruolo dell’Italia
«Il 2016 si annuncia molto complicato a livello internazionale, con tensioni diffuse anche vicino a casa nostra. L’Italia c’è e farà la sua parte, con la professionalità delle proprie donne e dei propri uomini e insieme all’impegno degli alleati». Queste sono le parole pronunciate dal Primo Ministro italiano Matteo Renzi all’inizio di quest’anno alle quali sono seguite numerose altre dichiarazioni del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, anche nei giorni scorsi, che facevano riferimento alla possibilità di un intervento militare italiano in Libia all’interno di un quadro internazionale di legalità. Cioè a condizione che vi sia l’avallo dell’ONU e del governo libico. Inoltre non si è evitato, anche all’estero, di sbilanciarsi a favore di una possibile guida italiana in caso di intervento militare, il quale sarà ovviamente presentato come “operazione di peacekeeping e umanitaria”, proprio come l’esperienza fallita del 2011 a guida francese.
Ma quale governo libico? L’italia svolge un ruolo di primo piano da lungo tempo affinchè si arrivi alla definizione di un governo libico stabile, questo perché all'Italia conviene avere un processo politico che funzioni in Libia per poter tutelare i propri interessi: prima di tutto, per poter lavorare sull'immigrazione, uno degli argomenti più controversi su cui si giocano molte battaglie della politica interna italiana. In secondo luogo l'Italia ha bisogno di un governo per gestire i suoi interessi energetici ed economici, basti ricordare infatti che ENI è stata, e lo è tutt’ora, la maggiore azienda estera che opera in Libia proprio a danno dei concorrenti francesi e inglesi. Per l’Italia quindi lo Stato fallito libico preoccupa quasi quanto lo Stato Islamico.

Guerra all’ISIL
Ed è proprio lo Stato Islamico che possiede una consistente quota dei problemi relativi alla Libia. La sua presenza su questo territorio, infatti, fa “gola” a molti Stati ansiosi di proiettare nell’opinione pubblica dei propri cittadini, un’immagine di sé molto attiva nei confronti del contrasto all’ISIL. Il riferimento è rivolto soprattutto a Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Nei palazzi della diplomazia, molti rappresentanti di paesi occidentali hanno confermato la possibilità di effettuare incursioni aeree e operazioni delle forze speciali, in aggiunta al piano di "stabilizzazione della sicurezza" guidato dall'Italia, pronta, dal canto suo, ad assicurare consulenza e addestramento.


Conclusioni
In conclusione una stabilizzazione politica della Libia è certamente auspicabile, sia per assicurare la sicurezza internazionale, sia soprattutto per ridare dignità e speranza di sviluppo al popolo libico esausto, come sempre, infatti, sono i civili a pagare maggiormente le conseguenze degli errori politici e militari. Per questo motivo è necessario favorire la soluzione politica rispetto a quella militare e fare tesoro delle esperienze passate, soprattutto quelle recenti, e quelle in corso (es. guerra in Siria), i cui risultati sono molto discutibili per non dire disastrosi. 

Lorenzo Gagliano

martedì 23 febbraio 2016

Siria, un accordo tra scetticismo e nuovi orizzonti di conflitto

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Siria, un accordo tra scetticismo e nuovi orizzonti di conflitto



Sembrerebbe che un'intesa sia stata raggiunta tra il segretario di stato di Washington, John Kerry, ed il corrispettivo ministro degli esteri di Mosca, Sergey Lavrov, per una tregua in Siria. Diversi erano stati gli incontri nel corso della scorsa settimana ed anche se alla fine l'accordo è stato siglato, l'aria che si respira in territorio siriano resta comunque tutt'altro che serena. Alto è infatti lo scetticismo che circola tra gli analisti di geopolitica ed allo stesso tempo tra i piani alti degli stati coinvolti in questo interminabile conflitto. 

Un conflitto che fino ad oggi ha visto schierate due diverse coalizioni, le quali divergono in primo luogo rispetto ad uno specifico tema: il destino di Bashar Assad. Da una parte i primi nemici schierati sul campo il presidente siriano ce li ha sempre avuti in casa, per questioni principalmente religiose (Assad è fedele alla minoranza alauita, corrente sciita), a sostegno dei ribelli troviamo poi gli Stati Uniti, che non godono di buoni rapporti col presidente siriano, seguiti dalla Turchia, coinvolta oltre che per i pessimi rapporti con Assad anche per la costante fobia delle mire indipendentiste dei curdi siriani, e l'Arabia Saudita, con l'ambizione di elevare il proprio status di “potenza regionale” sopratutto in funzione anti-iraniana. Dall'altra parte abbiamo visto la Russia, che da sempre vanta buoni rapporti con la famiglia Assad, l'Iran, in funzione anti-saudita e, anche se non ufficialmente, il popolo curdo, che difende il primis la propria autonomia raggiunta nel nord della Siria. In questo contesto del tutto instabile trovano spazio, anche se ultimamente hanno perso terreno, anche il gruppo Stato Islamico ed il Fronte Al Nusra.

Il suddetto scetticismo nei suddetti ambienti pare sia dovuto, in primo luogo, per alcuni controversi punti focali di questa intesa che stabilirebbe un termine fissato per mezzogiorno di Venerdì 26 Febbraio entro il quale i ribelli siriani, primi protagonisti contro il governo di Bashar Assad, dovrebbero annunciare ufficialmente di aderire alla tregua, con la promessa messa su carta, che l'aviazione di Damasco smetterà di bombardare quegli stessi gruppi che aderiranno all'accordo. Restano però esclusi dalla tregua il gruppo Stato Islamico ed il Fronte Al Nusra, il gemello siriano di Al Qaeda, che non potranno esprimersi in questo senso. Esclusioni coerenti con la linea portata avanti fino ad oggi dalle due coalizioni presenti in Siria (eccezion fatta per la controversa posizione della Turchia) rispetto al non riconoscimento di questi gruppi come entità politiche con cui provare a dialogare. Anche se d'altra parte si potrebbe pensare a questo accordo nei termini di una dichiarazione di resa per quelle forze che da tempo hanno provato ad eliminare la scottante figura del presidente alauita e che inizialmente avevano visto dalla loro l'ala protettiva statunitense. 

Ora però sembra che ai ribelli non resti che accettare una tregua che non hanno mai voluto, o acquisire lo status di “gruppi terroristici” ed essere trattati alla stregua di Isis ed Al Nusra. Causando così una possibile reazione a catena che potrebbe addirittura riportare gli effetti opposti rispetto a quelli che, almeno formalmente, le due grandi potenze dichiarano di voler perseguire, elevando di fatto il livello di conflittualità nell'intera area. A questo si aggiungono poi le dichiarazioni del ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il quale ha affermato che la Turchia, aldilà di ogni sorta di tregua, considera e continuerà a considerare i curdi siriani alla stregua di terroristi ed andranno avanti a colpirli con tutti i mezzi a loro disposizione. Considerando tali premesse, aldilà dell'accordo raggiunto, sembra allora che il conflitto siriano possa essere destinato a rimanere nelle prime pagine delle diverse testate del globo ancora per diverso tempo, almeno fino a che le volontà messe sul piatto degli accordi resteranno le suddette.


Giovanni Tranchina




Fonti:

lunedì 22 febbraio 2016

Isis: il modus operandi della "guerra terrestre" in Europa

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

Isis: il modus operandi della "guerra terrestre" in Europa

La Storia delle Relazioni Internazionali contemporanea fornisce tutti gli elementi essenziali per trarre la teoria che gli Stati mondiali stiano vivendo la loro Terza Guerra Globale. Analizzata dal punto di vista della strategia di attacco dell’attore principale, l’IS, essa si presenta come una Guerra anomala nei suoi vari aspetti; una Guerra che cambia e modula le sue tattiche in base al Soggetto-Stato che si vuole colpire. Contrariamente alle due grandi guerre della storia mondiale,  che gli storici hanno definito “Guerre Anfibie”, poiché combattute per terra, per aria e per acqua, la Guerra condotta dall’IS è una “Guerra Terrestre”, in quanto ciascuna loro offensiva prende luogo solo in uno spazio ben definito, ossia il territorio: ora attraverso cinture esplosive, ora attraverso sparatorie di massa. Il 13 novembre 2015 è stata la volta dell’Europa, di Parigi. Un complesso di uomini armati di fucili  AK 47 (meglio conosciuti come kalašnikov) sferrano attacchi coordinati in uno stadio, in un teatro, in due cafè e in due ristoranti nella capitale francese, uccidendo, ferendo e prendendo in ostaggio civili indifesi. È proprio partendo da questo ultimo caso che l’Europol [1] con la collaborazione di alcuni Esperti di ciascun Stato membro, decide di definire, grossomodo, non solo le principali caratteristiche dei “modi di attacco” del sedicente Stato Islamico contro l’Europa, ma allo stesso tempo tenta di disegnare il profilo psicologico e morale degli attentatori.  

Da un’attenta disamina, risulta che gli attentati di Parigi si siano svolti secondo il c.d. “Mumbai style”. Il modus operandi degli assalti a Mumbai nel 2008 è simile a quello di Parigi 2015: dieci attentatori (o poco più) dotati di AK 47; spedizioni coordinate in cafè, ristoranti e teatri; 164 vittime cadute a Mumbai, 130 morti e 352 feriti a Parigi. Ecco che pian piano scompare la figura del terrorista come “lupo solitario” e comincia ad emergere “il branco” che cerca di colpire il cuore della vita di una città. Sono attacchi ben pianificati e preparati eseguiti con strumenti di combattimento facilmente reperibili, da persone accuratamente addestrate, quasi sempre figli della stessa Nazione che si vuole ferire, che hanno in comune il fattore età (giovane età) e legami sociali (comune etnia, background e lingua) e quindi non esclusivamente fattori religiosi o uguali credenze ideologiche. Alcune ricerche testimoniano che circa il 20% di loro soffre di patologie mentali, e che circa l’80% ha precedenti penali per reati minori e che il loro avvicinamento al IS sia stata la giusta opportunità per dare sfogo agli impulsi violenti che vivono silenti in ognuno di loro.

L’Europol mette in allerta l’intera Europa, ricordando che la minaccia terrorismo è pronta a bussare alla nostra porta in qualsiasi momento. A tal proposito si intercettano quattro possibili scenari dove essa può palesarsi. Questi ultimi sono individuati grazie alla mescolanza di quattro fattori: attacchi sofisticati (cioè pianificati, ben organizzati che hanno come oggetto un determinato target) e attacchi non sofisticati (frutto di un personale ed improvviso impulso), da una parte; hard target (forze armate, persone di spicco o semplicemente luoghi protetti) e soft target (persone e luoghi non protetti in caso di attacco), dall’altra [2]. Certo è che oggi  l’IS punta, in Europa, la sua attenzione soprattutto al target da colpire  piuttosto che al tipo di attacco da sferrare. È la tattica più astuta per creare paura, panico ma soprattutto spettacolarità, una sorta di finestra da dove sventolare i loro fatti per aumentare la credibilità nel mondo europeo o non solo.
Anna Chiara Ganci

Note:



[2] Parigi 2015: attacco sofisticato + soft target.

sabato 20 febbraio 2016

Il settore manifatturiero fra tradizione e innovazione

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Il settore manifatturiero fra tradizione e innovazione


A partire dalla rivoluzione industriale, l'applicazione di nuove tecnologie alla produzione tessile, al ferro, all'acciaio e ai trasporti determinò per la prima volta nella storia un incremento costante dei livelli di produttività del lavoro. Nasce in Gran Bretagna a metà del diciottesimo secolo, poi si diffonde nell'Europa occidentale e in Nord America. Uomini e donne abbandonarono i campi per riversarsi nelle città e soddisfare la crescente domanda di manodopera delle fabbriche.(1) Grazie all'innovazione, quel processo che Schumpeter chiamava '' distruzione creativa'', finalizzata a cambiare regole e tecnologiche, viene meno la capacità stessa dell'impresa di generare utilità e di valorizzare la manodopera e si interrompe lo sviluppo e l'evoluzione dei mercati. Nonostante l'incombere della competizione globale che segna un crescente rafforzamento del posizionamento dei paesi di prodotto a maggior valore aggiunto, il nostro paese è caratterizzato da un sistema economico a forte strada dell'innovazione '' informale'' più di quella fondata sulla ricerca scientifica e tecnologica avanzata e appunto formalizzata. Le migliorie e le modifiche tecniche, di prodotti, di processi preesistenti, innovazioni organizzative soft, costituiscono quindi, quell'approccio innovativo, certamente di secondaria importanza sulla competitività, rinunciando ad alimentare il proprio sviluppo attraverso quell'innovazione che fa leva sui grandi progetti di ricerca. La quota di spesa in ricerca e sviluppo a livello nazionale, è ormai ai minimi Europei essendo pari al 1% del PIL. Tuttavia, il sistema manifatturiero Italiano ha avuto nuovi stimoli per creare nuovi prodotti. Le piccole e medie imprese, che nell'affrontare la competizione del mercato globale anche all'epoca della crisi, hanno incrementato la qualità dei prodotti; nel 2008 sono state addirittura il 71%. Secondo molti storici del pensiero economico, in particolare la scuola dei '' Marxisti',' il progresso tecnologico indebolì il capitalismo industriale. La produttività del lavoro nelle industrie manifatturiere aumentò rapidamente, rispetto al resto dell'economia. La stessa o una quantità maggiore di acciaio, automobili e componenti elettronici poteva essere ormai prodotta con molti meno operai. Fu così che i lavoratori '' in eccesso'' s'indirizzarono verso le industrie dei servizi, quali ad esempio, istruzione, sanità, finanza, svago e pubblica amministrazione. Ciò segnò la nascita dell'economia post-industriale. Pertanto, l'economia post-industriale scavò un nuovo divario nel mercato del lavoro tra chi aveva un lavoro stabile, ben pagato e gratificante nel settore dei servizi e chi aveva un lavoro instabile, mal pagato e frustrante. Il rapporto proporzionale tra le due realtà, e quindi la misura della disuguaglianza prodotta dalla transizione post-industriale, era determinato da due fattori: il livello d'istruzione e di specializzazione della forza lavoro, e il grado d'istituzionalizzazione dei mercati del lavoro nei servizi ( in aggiunta all'industria manifatturiera) . (2)Disuguaglianza, esclusione e contrasto divennero più netti nei paesi in cui le competenze erano distribuite in modo disomogeneo.

Il ruolo dell'industria manifatturiera in Europa si è ridimensionato negli ultimi anni. Più di 3,8 milioni di posti di lavoro sono stati persi nel settore manifatturiero in Europa dall'inizio della crisi. Bisogna cogliere l'opportunità per superare il nuovo gap, quello di evolvere le aziende Italiane e portarle al modello di fabbrica 4.0. Un modello che favorisce l'evoluzione del manifatturiero e lo rende più competitivo nel mondo del business. Ci permette di gestire l’intera catena di trasformazione, dall'input a l'output del prodotto, ci permette di accedere ai desideri dei potenziali consumatori e di abbattere costi di gestione, superflui per l'azienda.
L'economia mondiale e il progresso tecnologico si sono accomunati per alterare la natura del lavoro manifatturiero, in un modo che rende molto difficile, se non impossibile, per i paesi in via di sviluppo, emulare il processo di industrializzazione delle quattro tigri asiatiche, o delle economie europee e nordamericana. Tutto ciò deriva dall'evoluzione storica, dai tempi della colonizzazione e per le caratteristiche etnocentriche di prevalere su altre culture. Molti paesi in via di sviluppo, se non la maggior parte, stanno diventando economie di servizi senza aver prima sviluppato un ampio settore manifatturiero, un processo che viene definito ''deindustrializzazione prematura'' . Il mondo deve affrontare una carenza di domanda aggregata, causata da una combinazione di disuguaglianza e di un'ondata di austerità fiscale. Chi è più agiato economicamente spende molto meno di chi lo è meno, in modo che mentre il denaro aumenta, la domanda scende. Il modo in cui ci guadagniamo da vivere si sta trasformando, per effetto della globalizzazione economica, nell'ambito dell'organizzazione sociale, quindi la prospettiva dei paesi in via di sviluppo, si presenta decisamente contrastante. Le frenate delle economie emergenti, rallentano le esportazioni italiane; a Ottobre si è registrato un calo dello 0,4% a fronte di importazioni invariate con un surplus commerciale che mostra un attivo 4,8 miliardi di euro ( + 5,3 miliardi di un anno fa) . Questo è quanto emerge dalle rilevazioni dell'Istat, secondo cui in dieci mesi le esportazioni registrano un incremento tendenziale pari a +3,5% in valore e +1,6% in volume con una crescita sostanzialmente bilanciata tra paesi UE (+3,5%) e paesi extra UE (+3,7%). Le importazioni, invece, aumentano più in volume (+7%) che in valore (+3,3%) con un attivo che da inizio anno sale a 34,8 miliardi. Sull'export ha giocato un ruolo fondamentale il comparto delle auto, così come avviene per la produzione industriale: l'aumento tendenziale delle esportazioni ha riguardato, in misura particolare, le vendite di autoveicoli (+ 30,4%), l'export di articoli sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici e altri prodotti (+8,7%) e di computer, apparecchi elettronici e ottici (+8,6%). (3)

Un cauto ottimismo prevale fra le imprese e i consumatori. Si aspetta che la crescita del Pil mondiale passi dal 3,5% del 2015, al 3,7% nel 2016. Tuttavia, tensioni geopolitiche, diminuzione del prezzo del petrolio e fluttuazioni valutarie, proiettano incertezza. Alle aziende serve un approccio nuovo, improntato all'agilità, alla multiculturalità, e alla visione tecnologica. Gli investimenti avviati nell'Unione Europea potrebbero incrementare il Pil manifatturiero dal 15% al 20% entro il 2030, con effetti moltiplicativi ulteriori e la possibilità di creare 6 milioni di nuovi posti lavoro. L'export sia per il nostro paese, che per gli altri può determinare un surplus, funge da leva per moltiplicare gli effetti benefici di liquidità per il Paese ; avere una politica aperta garantisce all'imprenditore di poter uscire dalla stagnazione dell'economia del paese. Ma, tutto ciò può farlo soltanto abbassando i costi di produzione e gestione, ma non può contare la piccola e media impresa su sgravi fiscali, nel sistema Italiano per il disavanzo che il paese possiede.Evoluzioni tecnologiche, importanti si vedono nella diffusione della robotica e della stampa in 3D, per cui può arrivare un aumento del giro d'affari di 8,6 miliardi l'anno, per il manifatturiero Italiano. L'industria manifatturiera, continua ad essere fondamentale per il sistema imprenditoriale e per l'economia Lombarda in generale. Alcune delle sue specializzazioni , tra l'altro, sono riconosciute a livello internazionale, andando così a contribuire alla specificazione del famoso '' Made in Italy''.  Crescita su tutto lo stivale Italiano, ricerca e cultura d'impresa possono rinsaldare le basi per un Made in Italy crescente!
Edward Richard Junior Bosco


venerdì 19 febbraio 2016

La guerra in casa nostra: Brexit e il futuro dell'Europa

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

La guerra in casa nostra: Brexit e il futuro dell'Europa


La delicata situazione politica europea che, oggi, si sta venendo a delineare, deriva da un processo lungo e macchinoso che vede contrapposti una Gran Bretagna, tradizionalmente poco linked ai principi economici europei, ed una Europa, mai come adesso divisa su molteplici punti. In occasione del vertice del Consiglio Europeo che si terrà proprio oggi, Cameron rinegozierà i punti cruciali che fin ad ora sono serviti ben poco a risolvere la tanto delicata questione anglo-europea, e che aprirà la strada al referendum di Giugno dove si deciderà per l'uscita o meno della Gran Bretagna dalla famiglia di Bruxelles. Le vicissitudini interne al governo inglese, in particolar modo la battaglia portata avanti da Cameron contro la sua opposizione che chiedeva maggiori garanzie contro l'ingerenza europea, hanno portato a delle formali richieste che Bruxelles ha immediatamente declinato, o meglio contrattato, per la salvaguardia della solidarietà europea. Cameron, aveva inviato per iscritto ai suoi principali partners europei quattro punti cruciali affinché la Gran Bretagna potesse realmente continuare la sua vita all'interno del recinto europeo. Tra queste spiccava la richiesta di definire l'Europa come "Unione a più valute" e spezzare definitivamente i trattamenti privilegiati che godono i Paesi dell'eurozona. Ma non era tutto. Le resistenze più forti sono state riscontrate nella richiesta inglese di "vietare il godimento dell'assistenza sociale ai lavoratori dell'Unione Europea che si trasferiscono in Inghilterra". In particolare Francia e Germania si sono mostrate contrarie a questi principi dettati da Londra, volte a minare alcuni dei diritti fondamentali dei cittadini europei, come la libera circolazione all'interno dell'Unione e la parità di diritti. Ad esempio, anche Norvegia e Svizzera hanno accordi commerciali con l'Unione Europea ma in cambio si impegnano a favorire la libera circolazione dei lavoratori. 

Quindi, se lo scopo della Brexit è dare una stretta sull'immigrazione, pare molto difficile che si trovi un accordo. La battaglia fino al prossimo referendum si giocherà su questi termini e temi. Già Cameron ha fatto capire di non essere soddisfatto dalle proposte di Tusk. Servirebbe uno sforzo maggiore per convincere l'opposizione eurofoba a votare contro la campagna Brexit. Fino a questo momento nessuno si è sbilanciato apertamente su una possibile uscita di Londra o su una rinegoziazione dei trattati, ma entrambi i casi avrebbero sicuramente effetti non di poco conto sul sistema interno europeo. Al momento le uniche ipotesi che possiamo avanzare riguardano al "come sarebbe l'Unione Europea senza la Gran Bretagna". Si potrebbero osservare tre diverse dimensioni in cui il Brexit influenzerebbe le dinamiche dell'Unione Europea. La prima riguarda l'incertezza sul piano economico. Secondo alcuni studiosi, l'impatto macroeconomico sarebbe difficile da definire in termini brevi, sicuramente se si avrà una crisi da Brexit, questa sarà nel lungo periodo, senza effetti particolari nell'immediato. La seconda strada è analizzare le dinamiche politiche tra gli Stati membri senza la Gran Bretagna. L'influenza inglese nelle politiche decisionali europee è stata danneggiata, scemando sempre più di valore, per il carattere ambivalente del governo di Londra verso Bruxelles. Dalla Primavera araba, passando per la Siria fino ad arrivare alla tragica politica migratoria, ancora non ben chiara. Ma, in ogni caso la Gran Bretagna rimane un Paese leader nell'assetto geopolitico della Unione Europea. Sotto questo punto di vista Brexit significherebbe un cambio nelle relazioni politiche con gli altri Stati membri, in particolare con Francia e Germania. Anzi, l'uscita di Londra rafforzerebbe il legame tra Hollande e la Cancelliera Merkel, andando a cementificare la posizione francese alle spalle della Germania in termini di influenza.

La terza via potrebbe essere quella del classico "contagio politico". Le tensioni insite al sistema politico inglese, in termini di allontanamento da Bruxelles, possiamo riscontrarle, anche se ben celate o manifestate in maniera diversa, all'interno di altri sistemi politici statali dell'UE. Se si realizzerà l'uscita della Gran Bretagna e, quindi, la creazione di politiche indipendenti dal resto del sistema europeo, magari con conseguenza positive, si potrebbe creare un precedente pericoloso che stimolerebbe una sorta di rivalsa di alcuni Paesi membri che hanno manifestato inconsciamente quel desiderio di svincolarsi dalle braccia di un sistema sempre più bilaterale. Dunque, nascerebbe un "concetto di prova" che causerebbe altrove delle forze centrifughe e distruttive letali per il futuro del sistema - Europa. L'uscita della Gran Bretagna, sarebbe fatale per almeno tre Paesi, secondo alcuni studi inglesi: Cipro, Olanda e Irlanda. Tra questi Paesi e Londra esiste un rapporto economico ben saldo, tra investimenti e trattati da milioni di euro. Ma non sarebbero gli unici a subire drastiche conseguenze. Anche la Germania potrebbe essere coinvolta attraverso altri canali. Il suo contraccolpo maggiore sarà la perdita di una spalla importante nei dibattiti politici contro la Francia e quindi costretta a rivedere le alleanze politiche all'interno dell'UE, magari cercando proprio nella Francia il vuoto provocato da Londra. Parigi, dal suo canto, non risentirebbe più di tanto dell'assenza di Londra, anzi vedrebbe scomparire dalla scena una diretta concorrente e sorella "nemica". L'unico problema, e non di poco conto, è rappresentato dagli investimenti diretti che la Francia possiede in Inghilterra, cosi come anche la Spagna. L'Italia, invece, è direttamente meno esposta al Brexit, mentre altri paesi come la Polonia guardano con preoccupazione la situazione inglese, proprio perche in Inghilterra vi è una delle più alte percentuali di residenti polacchi.

Infine, c'è la questione Scozia. Se gli scozzesi al referendum voteranno per restare nell'Unione Europea, mentre il resto del Paese voterà per una uscita, le rivendicazione per l'indipendenza prenderanno un serio slancio. Da come andrà a finire siamo certi di un pensiero. La Gran Bretagna è vittima della sua stessa strategia: ha ottenuto lo status da privilegiato e proprio questo status la trascina in un contesto di isolamento forzato. Adesso Cameron intende frenare i suoi partners europei, come i capricci di un bambino che minaccia di uscire dall'Unione se non otterrà ciò che vuole, appunto, indebolire i propri "amici". In ogni caso, tutti gli Stati membri, se davvero si materializzerà l'uscita della Gran Bretagna dal contesto europeo, avrebbero da rimpiangere la perdita di influenza di cui gode l'Unione senza il Regno Unito e il danno che Brexit potrebbe causare alla stessa Europa a livello globale.

Davide Daidone

Per saperne di più:
- Accardo Gian Paolo, L'Europa non ha fretta di decidere sul futuro del regno Unito, Rivista Internazionale, Dicembre 2015

- Irwin Gregor, BREXIT, the impact on the UK and the UE, June 2015

- http://www.internazionale.it/tag/fonti/the-economist


martedì 16 febbraio 2016

Temi e personaggi di un'elezione senza novità apparenti

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

Temi e personaggi di un'elezione senza novità apparenti


A circa nove mesi dalla tornata elettorale più importante e significativa del mondo, che decreterà il nuovo inquilino della casa bianca, il clima è già incandescente e l’Europa resta a guardare col fiato sospeso, chi si porrà alla guida della potenza egemone di turno, tirando le fila dei destini dei propri alleati. Alla repentina diminuzione del numero dei competitors si è assistito al moltiplicarsi dei temi caldi da affrontare: si passa dalla riforma del sistema sanitario, al controllo delle armi, dall’immigrazione alle questioni internazionali: la missione in Siria in testa e poi i cambiamenti climatici, i rapporti con Israele all’indomani dell’accordo sul nucleare Iraniano e quelli con la Russia. L’anacronismo di alcune proposte in favore di diritti che in Europa vengono già garantiti, insieme ad un sistema maggioritario secco, culminano con il comune interesse di democratici e repubblicani di mantenere ad ogni costo la leadership statunitense a livello globale, dando quindi agli States una parvenza di immobilismo perenne. Hillary Clinton è sicuramente l’esponente di spicco all’interno del mondo democratico. Ex first lady, ex segretario di stato, da anni all’interno del sistema partitico Americano, si presenta all’elettorato portando avanti la propria esperienza e cercando al contempo di scrollarsi di dosso la fama di donna di potere e politicante membro dell’establishment statunitense. Il suo obiettivo è quello di attrarre i voti della classe media, forte nei sondaggi tra le donne e le famiglie borghesi, risulta essere molto più debole tra i giovani, dove è invece l’avversario Bernie Sanders a farla da padrone. L’ex first lady si trova schiacciata tra l’oscura ombra dei suoi potenti finanziatori, Goldman Sachs e il miliardario George Soros in primis, e la pressione dell’avversario socialista, che spinge il confronto su tematiche marcatamente più liberali. Assicurando di riuscire a smarcarsi dalle richieste dei propri finanziatori, la Clinton ha rivalutato molte delle sue posizioni passate in tema di diritti civili, dichiarandosi ora a favore del matrimonio egualitario e del sistema sanitario previsto dall’Obamacare, e in politica estera avversando la guerra in Iraq e il TTP (scelte entrambe precedentemente sostenute e promosse). Ancora più a sinistra si colloca, all’interno dell’ambiente democratico, Bernie Sanders unico innovatore, seppur parziale, nel panorama politico statunitense. Nulla a che fare con i leader anti-sistema europei o di sinistra radicale, ma comunque un esponente del “socialismo democratico” come da lui stesso dichiarato. Contro la pena di morte, in favore di un aggiornamento dell’Obamacare per un sistema sanitario ed educativo nazionale aperto alle classi meno abbienti, il senatore del Vermont si schiera contro la guerra in Iraq e sostiene un modello incentrato sul paradigma della cooperazione liberale, che prevede interventi esteri quanto più inclusivi possibili e che spronino una maggiore collaborazione degli alleati direttamente coinvolti, come l’Arabia Saudita in Siria, e interventi congiunti contro la Russia. La sua “guerra” alle maggiori banche d’affari americane e la sua difesa dei diritti dei lavoratori nell’ambito del Trans-Pacific Partnership gli sono valsi il sostegno dei giovani, che ai caucus in Iowa lo hanno portato ad un serrato testa a testa contro l’ex first lady (49,6%lui, 49,9% lei)e nel New Hampshire lo hanno addirittura decretato come vincitore, costringendo il terzo candidato Martin O’Malley a ritirarsi. Allo schieramento opposto la competizione, seppur maggiormente ricca di competitors, risulta più morigerata. Malgrado l’alto numero di partecipanti, pochi sono riusciti ad ottenere dei risultati degni di nota ai caucus in Iowa. Primeggia tra tutti Ted Cruz, senatore Texano con una lunghissima esperienza da brillante avvocato tra i più celebri degli stati uniti. Privo della fama del miliardario Donald Trump, del blasonato cognome di Jeb Bush e dell’appeal di Marco Rubbio, risulta comunque essere il candidato maggiormente gradito all’elettorato repubblicano. Ultra conservatore, contro ogni forma di controllo del mercato delle armi e di legalizzazione della marijuana, si è da sempre opposto con fermezza ai matrimoni omosessuali e ad un’ulteriore tassazione dei grandi patrimoni, proponendo un netto taglio alla spesa pubblica e a diverse agenzie governative come il Dipartimento Dell’istruzione e maggiori investimenti del settore privato. Le sue orazioni, molto convincenti dal punto di vista della retorica, ripercorrono il leitmotiv Repubblicano, permeate di un forte patriottismo e presentano numerosi riferimenti religiosi e richiami diretti a Dio. Sul fronte estero si dichiara molto vicino alle posizioni Israeliane, critica Obama per il suo eccessivo interesse nella deposizione di Bashar Al Assad, anteposto al primario interesse di distruzione dell’autoproclamato Stato Islamico, propone l’accoglienza per i soli immigrati cristiani e promuove l’attuazione del TTP in una chiave maggiormente “conservatrice”. Avverso all’establishment Repubblicano, da lui considerato eccessivamente ripiegato su posizioni centriste e corrotto da diversi gruppi di interesse, Cruz vuole riportare l’America ai fasti di un tempo, sulla base di idee ultraliberiste e valori evangelici. Donald Trump invece, dopo aver ammesso con un inaspettato fair play la sconfitta in Iowa, si gode il suo trionfo nel New Hampshire, consapevole che la vera sfida sia riuscire a pescare anche nel bacino elettorale della base del partito. Non molto lontano dalle idee del primo classificato, Trump si caratterizza per uno stile comunicativo molto particolare, ricco di provocazioni e dichiarazioni fortemente xenofobe al limite col razzismo e col giustizialismo, arrivando a considerare anche la tortura come un mezzo necessario. Se da un lato i candidati bianchi e protestanti sembrano non essere più sufficienti per la vittoria dei Repubblicani, a fronte di un elettorato sempre più caratterizzato dalla presenza di minoranze etniche quasi del tutto spostate a sinistra, dall’altro lato la discesa in campo di Marco Rubio di origini cubane e di Ben Carson, afroamericano, (rispettivamente terzo e quarto ai caucus in Iowa) punta invece a raccogliere proprio i delusi da Obama appartenenti alle minoranze etniche del paese. Nessuna certezza invece sulla possibile discesa in campo del magnate dell’editoria Michael Bloomberg. La partita si gioca dunque su dei binari prestabiliti: nessuna reale lotta alle numerose lobbies che assediano il senato, nessuna distinzione reale tra banche popolari e banche commerciali, nessun dietrofront rispetto alle mire espansionistiche in Medioriente o in Ucraina. Sorge quindi naturale chiedersi se, in un contesto del genere, l’elevato astensionismo che da sempre caratterizza le elezioni presidenziali, non sia da attribuirsi ad una mancata percezione dell’incisività del proprio voto e se la libertà di esso, non sia fortemente condizionata dal clamore mediatico esercitato sui candidati col maggior numero di sponsor. Questioni queste a lungo discusse, ma alle quali non si è mai riusciti a trovare una risposta univoca.
Gabriele Tusa

Note: