sabato 13 febbraio 2016

Il ruolo della Russia nel conflitto siriano

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Il ruolo della Russia nel conflitto siriano


La situazione odierna dello scacchiere mediorientale appare giorno dopo giorno sempre più complicata e continuamente soggetta a cambiamenti. Il conflitto siriano e la presenza del sedicente Stato Islamico rende sempre più difficili  soluzioni poltiche alla stabilità nella regione. I recenti negoziati sulla Siria, condotti dall’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, si sono rivelati fallimentari, dove le parti in causa si sono accusate a vicenda senza mai arrivare ad un accordo. Il risultato è stato che, negli ultimi giorni, la città di Aleppo è stata assediata dall’esercito di Assad, coperto dai raid aerei russi, facendo arretrare considerevolmente i ribelli. Ad oggi, le forze ribelli, al cui interno sono presenti formazioni legate ad Al-Qaeda come Jabhat al Nusra, ( differente dallo Stato Islamico che rimane asserragliato nei territori conquistati tra Siria ed Iraq ) appaiono considerevolmente isolate e con scarse possibilità di riprendere la città di Aleppo, fino ad adesso città contesa e simbolo della resistenza al regime di Assad, e snodo strategico per i collegamenti con la Turchia, principale alleato delle forze ribelli in campo. La capitolazione di Aleppo, rappresenterebbe una svolta nel conflitto siriano, a favore di Assad e dei suoi alleati in campo quali la Russia, l’Iran e le milizie sciite di Hezbollah.[1] Ma il vero alleato di cui Assad ha potuto beneficiare, alla luce degli ultimi successi militari sul campo, è sicuramente Vladimir Putin, il quale agli occhi dell’Occidente appare oggi come il più interventista nel contrasto allo Stato Islamico in  Siria e in Iraq.

La Russia di Putin, combatte da sempre qualsiasi formazione terroristica di matrice islamica, per il fatto che, molte di esse sono presenti in alcune regioni russe, come la Cecenia e il Nord del Caucaso, da dove diversi foreign fighters hanno arricchito le fila dell’esercito dello Stato Islamico. La Russia  ha anche pagato le conseguenze di questo interventismo, quando un suo aereo di linea, con a bordo 224 passeggeri, precipita in territorio egiziano per un’esplosione a bordo, rivendicata  dai terroristi dello Stato Islamico della Provincia del Sinai. La Russia, comincia i suoi bombardamenti in Siria il 30 Settembre 2015, schierandosi apertamente col regime di Bashar al Assad, uno dei suoi principali partner commerciali e strategici e dichiarando guerra alle due forze in campo opposte ad Assad, ma anche in conflitto fra loro, che sono l’Esercito Libero Siriano ( che al suo interno contiene Jabhat al Nusra ) da una parte, e lo Stato Islamico dall’altra. Tuttavia, diversi analisti ed attivisti rivelano che, gli strike aerei russi, hanno colpito in maniera sproporzionata obiettivi ribelli non jihadisti, allo scopo di sostenere l’avanzata delle forze di Assad. Il sostegno russo ad oggi si è infatti rivelato vincente, ma a quale reale scopo? Qualora la città di Aleppo ricadesse in mano al regime, Putin potrebbe ottenere numerosi vantaggi. Infatti l’obiettivo principale della coppia Putin-Assad è quello di riconquistare la più sviluppata e popolata Siria occidentale e costiera. Questo permetterebbe così a Putin di riottenere le proprie basi, sia navali che aeree, e ad Assad di controllare la parte occidentale del paese lasciando agli americani il difficile compito di combattere lo Stato Islamico ad est, dove è molto più potente. Al momento il piano sta funzionando.[2]

Tuttavia, per il Cremlino, la Siria è importante ma è parte di un più grande disegno strategico. Lo scopo ultimo di Vladimir Putin è quello di restituire nuovamente alla Russia lo status di superpotenza mondiale. La Siria rappresenta parte di questo disegno. E l’intensificarsi dei raid ad Aleppo contro le forze ribelli ne sono la prova. Una vittoria ad Aleppo avrebbe inoltre un effetto positivo per la politica interna in Russia, che oggi fa i conti con la crisi economica che sta piano piano abbassando gli standard di vita ed erodendo i redditi reali. Appoggiato e protetto da  fedeli media di stato, con uno stretto controllo del sistema politico e la mancanza di una vera opposizione, Putin gode di un tasso di gradimento dell’80% della popolazione. La narrazione della guerra in Siria, portata avanti dai media di stato, costituirebbe un’utile distrazione per il popolo, rinforzando in esso l’idea di una Russia tornata nuovamente sul palcoscenico internazionale come grande potenza, sostituendo le percezioni di ansia sociale con idee di unità e supporto verso le autorità, sostiene il sondaggista indipendente, Stepan Goncharov,  del Levada Center.[3] Anche se parte della popolazione percepisce quest’impegno militare come una guerra in un paese distante che non le appartiene, mettendo a rischio le proprie forze in campo. Lo scopo di Putin, tuttavia è ben delineato e orientato a conseguire una vittoria militare considerevole in Siria, al fine di restituirla ad Assad. Da quando è appoggiato dai russi, il presidente siriano è sempre meno incline a trattare con i ribelli, e sempre più restio a fare concessioni nei loro confronti, proprio perché la carta militare si rivella adesso vincente. Lo dimostra il rinvio dei negoziati sulla Siria a Ginevra che al momento non mostrano alcun progresso per una soluzione politica al conflitto.

Le forze ribelli siriane dall’altra parte si sentono invece tradite dai loro sponsor internazionali. Ed il motivo sarebbe perché al loro interno continuano ad avere alleanze di comodo con le formazioni qaediste di Jabhat al Nusra e possibili infilitrazioni dello Stato Islamico. Gli Stati Uniti infatti, sempre più vicini all’Iran che all’Arabia Saudita, hanno recentemente negato l’invio di contraerea militare alle formazioni ribelli, per timore che ricadesse nelle mani dei jihadisti di Al Nusra o dello Stato Islamico. Ed episodi del genere sono già accaduti, con numerose armi e mezzi militari adesso in dotazione del califfato. Tuttavia, nei giorni scorsi, la Turchia, principale alleato dei ribelli anti-Assad e con una posizione ambigua nei confronti di Daesh, ha annunciato che potrebbe procedere in tempi imminenti ad una “invasione della Siria”. I dettagli di questa operazione non sono ancora resi noti, ma sicuramente Erodogan tutto vuole, tranne che Assad riprenda il controllo dei territori presi dall’opposizione. Ma se la Turchia, paese Nato, si ritrovasse a combattere contro le forze di Assad e quindi contro la Russia di Putin, quali sarebbero le conseguenze? Sicuramente il conflitto si allargherebbe e si sposterebbe sul fronte Assad/ribelli e il nemico comune che adesso tutti nel mondo dovremmo combattere, lo Stato Islamico, continuerebbe a risiedere indisturbato nei territori che già possiede in Siria, con qualche raid statunitense, ma senza un reale oppositore sul campo. Rimarrebbe aperto soltanto il fronte iracheno, dove le milizie curde sono adesso ben equipaggiate e appoggiate dai raid della coalizione a guida USA, le quali recentemente hanno liberato la città yazida di Sinjar, nel Kurdistan iracheno, e che piano piano avanzano nel nord dell’Iraq.

Per cui l’unica soluzione al dramma siriano è quella di intavolare una trattativa tra Assad e i ribelli, al fine di permettere una maggiore coesione per combattere sul campo, quello che è il nemico di tutti, l’Isis. Appoggiare militarmente una parte piuttosto che un’altra, sicuramente non aiuta, anzi peggiora la situazione di un paese che è in guerra da cinque anni e vede milioni di persone scappare e arrivare alle nostre porte, gridando aiuto. Le Nazioni Unite stimano che quasi 40,000 nuovi profughi si sarebbero ammassati al confine siriano con la Turchia, nei giorni scorsi, dopo i bombardamenti di Aleppo, dove adesso si trovano più di 350,000 civili asseragliati tra raid russi ed esercito di Assad che punta all’assedio della città. L’inviato Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ha dichiarato che i negoziati non sono terminati, e che le discussioni tra le parti restano aperte. Proprio per questo i negoziati riprenderanno il prossimo 25 Febbraio a Ginevra. Molti analisti ritengono che i negoziati daranno scarsi risultati, anche perché la politica americana appoggia i negoziati, ma rimane ancora poco attiva. Staremo a vedere cosa produrranno i prossimi negoziati, considerata la gravità della situazione mediorientale, riversata nel completo caos, con interessi e alleanze ancora poco chiari. Ci si auspica almeno, che si possa raggiungere il consenso per un fronte comune , contro lo Stato Islamico, la vera e reale minaccia per l’Occidente.

Danilo Lo Coco



[1] Balanche F., “The opposition wanted to make Aleppo and Idlib province the base of a free Syria”, Washington Institute think tank, 2016
[2] Hoyakem, E. , “Syrian rebels face collapse amid Russia-led advance”, International Institute for Strategic Studies, 2016
[3]Goncharov S., “Are russians afraid of war against Isis?” http://intersectionproject.eu/article/society/are-russians-afraid-war-isis

giovedì 11 febbraio 2016

XXIV Giornata mondiale del malato: la tutela della salute un diritto fondamentale ma a quale costo?

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XXIV Giornata mondiale del malato: la tutela della salute un diritto fondamentale ma a quale costo?



L’11 febbraio 2016, la Chiesa Cattolica si prepara a celebrare la XXIV Giornata Mondiale del Malato. Nell’anno consacrato al “Vangelo della Misericordia”, Papa Francesco invita la collettività “a essere servitori degli altri” e fare in modo che “ogni ospedale o casa di cura può essere luogo per promuovere la cultura dell’incontro e della pace, dove l’esperienza della malattia e della sofferenza, come pure l’aiuto professionale e fraterno, contribuiscano a superare ogni limite e ogni divisione”. Tuttavia, i recenti fatti di cronaca riguardanti le cosiddette case di cura “lager” rivelano una mancanza di rispetto nei confronti dei malati, soggetti a vessazioni fisiche e psicologiche, nonché a un accesso alle cure sempre più problematico e a prestazioni sanitarie spesso dispendiose. Ciò nonostante, l’art.32 della Costituzione italiana afferma che: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Più in generale, negli standard europei, la salute è considerata un diritto collettivo o come un bene comune, e in quanto tale giustifica dunque l’intervento dello Stato che permette a tutti i cittadini di usufruire di alcuni servizi fondamentali e gratuiti. Tuttavia, è possibile garantire un livello di salute soddisfacente per la collettività nel suo insieme, minimizzando gli sprechi? Questa sembrerebbe essere la questione di base del “Decreto appropriatezza” o “Decreto Lorenzin” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 20 gennaio 2016.

Il Decreto appropriatezza, prevede la riduzione di alcune prescrizioni mediche, considerate superflue e costose per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), privatizzando in un certo senso e spostando dunque il carico della spesa, per alcune tipologie di prestazioni cliniche, sui cittadini. Occorre comunque considerare che in Italia la spesa sanitaria pubblica è “relativamente” esosa (6,8% del PIL nel 2014 secondo l’OCSE) rispetto ad altri paesi come Francia (8,6%), Germania (8,5%) e Paesi Bassi (9,7%). Il Decreto Lorenzin suscita pertanto il dissenso di alcune categorie di medici, tra cui i medici di famiglia potenzialmente soggetti a sanzioni onerose, nonché dei cittadini. Non a caso, l’Italia si colloca al 21esimo posto (su un campione di 35 paesi europei) nell’indice di soddisfazione dei pazienti, l’“Euro Health Consumer Index”, risultando dunque scadente in merito a: diritto dei pazienti e diritto all’informazione, accessibilità alle cure (misurata in termini di tempo), prevenzione etc. L’Italia è alquanto lontana dalle linee guida del programma europeo per la salute 2014-2020, l’“Health for Growth Programme” i cui obiettivi principali sono: a) promuovere la salute, prevenire le malattie e incoraggiare ambienti favorevoli a stili di vita sani, b) proteggere i cittadini dell'Unione da gravi minacce sanitarie transfrontaliere, c) contribuire alla creazione di sistemi sanitari innovativi, efficienti e sostenibili, d) facilitare l'accesso a un'assistenza sanitaria migliore e più sicura per i cittadini dell'Unione. Da un lato, il diritto alla salute dei cittadini italiani sembrerebbe dunque essere a “rischio” vista la situazione conflittuale costi-benefici generata dal Decreto Lorenzin, dall’altro, non mancano le polemiche circa i nuovi rischi per la salute e la capacità del SSN di monitorare/prevenire la diffusione di crisi sanitarie sempre più globali, come il virus Ebola o Zika.

La Giornata Mondiale del Malato ci invita dunque a riflettere sulla salute come “diritto” allo stesso tempo fondamentale, collettivo e sociale, presupponendo pertanto da parte dello Stato la garanzia e la promozione della salute stessa, intesa come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia” (definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, OMS). Tale riflessione appare tanto più carica di significato in questi giorni, in cui la privatizzazione di una parte del Servizio Sanitario Nazionale rappresenta una preoccupazione reale e condivisa da entrambe le parti della società civile, assistenti e assistiti.

Laura La Scala


Bibliografia:
- Health expenditure and financing OECD, stats.oecd.org
- Messaggio del Santo Padre per la giornata mondiale del malato 2016, https://w2.vatican.va
-Sito del Ministero della Salute, http://www.salute.gov.it


lunedì 8 febbraio 2016

La rivolta araba di Giulio Regeni contro l'ipocrisia del faraone

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

La rivolta araba di Giulio Regeni contro l'ipocrisia del faraone


"Il Parlamento egiziano è totalmente in mano al potere di Al-Sisi, appoggiato dal più alto numero di poliziotti e militari della storia del Paese, mentre l'Egitto è in coda a tutte le classifiche mondiali per il rispetto della libertà di stampa". 
Con queste parole il ricercatore Giulio Regeni, ritrovato privo di vita al Cairo, denunciava l'attuale politica del Presidente egiziano Al-Sisi e della mancanza di dialogo con le forze dell'opposizione. Regeni non è stato il solo a esprimersi in questi termini, già tempo addietro alcuni report istituzionali di Human Right Watch (HRW) avevano prepotentemente richiamato all'attenzione le istituzioni internazionali di vigilanza affinché prendessero le dovute precauzioni, ma la diplomazia internazionale è rimasta spesso e volentieri sorda di fronte a queste preoccupazioni.

Ma andiamo con ordine. La rivoluzione del 2011 di Piazza Tahrir aveva creato nell'immaginario collettivo egiziano, e non solo, illusioni che una nuova classe politica, costituita per la maggior parte da giovani universitari come i Fratelli Musulmani, potesse prendere in mano un Paese sull'orlo del baratro e creare le condizioni per un nuovo Egitto, da consegnare agli egiziani e alla Comunità Internazionale. Un sogno che ben presto si è dovuto confrontare e poi scontrare con i residui di un sistema ancorato all'apparato militare. Successivamente alla vittoria del partito dei Fratelli Musulmani e la conseguente nomina di Morsi a Presidente, una serie di vicissitudini interne, aggravate dalla crisi economica che aveva impoverito le classi medie e l'idea di limitare il potere militare (rimasto legato al passato), avevano generato conseguenze, forse prevedibili per i più esperti, di cui oggi l'intero sistema ne piange le conseguenze: la creazione di una nuova opposizione, esclusivamente militare, che aveva puntato il dito sulla incapacità di Morsi a porsi come uomo di fiducia per l'Egitto. Così necessitava un ulteriore cambiamento e,  con un colpo militare, il Presidente Morsi venne destituito, i Fratelli Musulmani uscirono di fatto dal sistema decisionale e il capo dell'esercito, Abdel Fattah al-Sisi annunciò la sospensione della Costituzione. Nel 2014 venne proclamato Presidente, vincendo le elezioni con oltre il 90% dei consensi, la cui regolarità è stata messa in dubbio fin dall'inizio. Comincia, cosi, la nuova era del fantasma di Mubarak.

In un sistema democratico il dialogo, la trasparenza e la partecipazione rappresentano i principi insindacabili per la sopravvivenza dello stesso. In Egitto questo tipo di sistema, oggi, non esiste, lo testimoniano tantissime lettere di protesta di HRW, lo testimoniava soprattutto Giulio Regeni. Il facoltoso dottorando della Cambridge University stava portando avanti le sue silenziose, ma non troppo, indagini sul sistema sindacalista del regime. Nelle sue lettere Giulio scriveva che la repressione e cooptazione da parte del regime avevano seriamente indebolito le iniziative di stampo liberale e associativo, al punto che le due maggiori federazioni, la Edlc ed Efitu, non riunivano la loro assemblea generale dal 2013. Accuse limpide, in cui traspariva la delusione verso un sistema che soffocava ogni idea e principio nato dalla rivoluzione araba, per la quale molti suoi coetanei avevano pagato con il sangue il prezzo della libertà. Giulio ripeteva sempre che sfidare lo stato di emergenza e gli appelli alla stabilità e alla pace sociale giustificati dalla "guerra al terrorismo", significa oggi, pur se indirettamente, mettere in discussione la retorica su cui il regime giustifica la sua stessa esistenza e la repressione della società civile. Significava, quindi, sfidare apertamente Al-Sisi. Studiava la natura dei movimenti operai e la fase delicata che stanno attraversando, spiegava attentamente i motivi della loro repressione, vedendo la causa in un sindacalismo filo-governativo troppo oppressivo. Nel 2011 dopo le rivolte di piazza Tahrir, gruppi di sindacati indipendenti e il partito Wasat erano pronti a creare nuove forze politiche, aumentando il tasso di democraticità. Ma questa splendida realtà è stata insabbiata dal golpe militare del 2013. Giulio si stava occupando di tutto questo, un argomento che non dovrebbe risultare scomodo per un Paese che vuole giungere ad una transizione democratica effettiva, ma che realmente lo diviene se questo sistema lo si vuol contrastare in tutti i modi, cosi come Giulio e molti altri attivisti stavano tentando di fare. Il "Foreign Fighters" della primavera araba, non si serviva di cinture esplosive per gridare la sua rabbia, ma di una penna e di una agenda dove scrivere e esprimere il rancore verso i poteri autarchici del sistema di Al-Sisi. Lo denunciava all'Italia e al giornale presso cui scriveva, Il Manifesto, dietro anonimato, proprio per il timore di subire ritorsioni da chi non gradiva il suo modo di esporsi. Però non si è mai preoccupato di ciò, continuando in maniera esemplare ad appoggiare chi sosteneva un Egitto libero, trasparente e democratico.

Il direttore del Centro Egiziano per i Diritti Economici e Sociali (ECESR), l'avvocato e attivista Malek Adly, ha portato a conoscenza un precedente che potrebbe essere molto simile a quello di Regeni: un cittadino croato è stato rapito, torturato e ucciso dalle forze di sicurezza del governo, cosi come un cittadino francese. A ciò si legano anche migliaia di arresti e circa 90 casi di persone scomparse nel nulla. Alcuni sono stati ritrovati nelle carceri del vecchio regime e la maggior parte sono stati identificati come oppositori al regime di Al-Sisi. Molte altre persone sono scomparse tra l'aprile del 2014 e il giugno del 2015, molte delle quali ritrovate morte. Anche il gruppo indipendente Freedom for the brave ha documentato 340 casi di sparizione forzata negli ultimi due mesi. Se due indizi sono una coincidenza, migliaia di sequestri fanno una prova. L'Italia vuole garanzie certe per una soluzione positiva delle indagini e la più assoluta trasparenza, ma innanzitutto dovrebbe rivedere la sua posizione nei confronti dell'Egitto. In gioco non ci sono solamente le relazioni diplomatiche ma anche e soprattutto i rapporti economici. Senza dimenticare che per Al-Sisi l'Italia è un importante partner commerciale, il primo in Europa e il terzo nel Mondo, dopo Cina e USA. Ammettere le proprie responsabilità significherebbe un grande imbarazzo anche di fronte alle imprese italiane che hanno enormi investimenti nel Paese, come ENI che investirà circa 10 miliardi di dollari per lo sfruttamento integrale del giacimento gasiero "Zohr 1", recentemente scoperto nelle acque egiziane. Sicuramente, quella chiarezza che tutti pretendiamo non arriverà mai, però siamo sicuri di una sola cosa: del grande lavoro svolto da Giulio Regeni. Non tutti lo conoscevano, ma la sua morte ha portato a conoscenza tanti fatti che non rimarranno solo carta scritta. Almeno per chi vuole vedere e sentire.

Davide Daidone

sabato 6 febbraio 2016

Nuove tensioni nel nord est asiatico: Corea del nord organizza un nuovo lancio

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Nuove tensioni nel nord est asiatico: Corea del nord organizza un nuovo lancio


Il Giappone in questi giorni ha pubblicamente condannato il piano di Pyongyang di lanciare un razzo spaziale, definendolo come un subdolo tentativo per testare un missile a lunga gettata. Il governo giapponese ha ordinato alla contraerea marittima e alle forze di difesa armate di missili Patriot PAC 3 di intercettare ed abbattere il missile qualora i componenti del lancio dovessero sorvolare e ricadere in territorio giapponese.  Il premier Shinzo Abe ha dichiarato che il piano per il lancio del missile rappresenta “una chiara violazione delle precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e un grave atto provocatorio contro la sicurezza del paese.”

Il Giappone nei prossimi giorni, in collaborazione con Stati Uniti e Corea del Sud, solleciterà Pyongyang a non effettuare il lancio. La notte di martedì 3 Febbraio, infatti, la Corea del Nord ha avvertito l’Organizzazione Internazionale Marittima che avrebbe compiuto il lancio di un “satellite” nell’orbita spaziale tra l’8 e il 25 Febbraio. La Corea del Nord, intanto, ha condotto il suo quarto test nucleare il 6 Gennaio. Questo test pianificato è ampiamente considerato come una dimostrazione di forza nel campo della missilistica da parte del regime di Pyongyang. Il prossimo lancio sarà effettuato presso un sito militare nella Corea nord-occidentale, e secondo Tokyo sorvolerà parte delle isole giapponesi Sakishima, situate a sud del Giappone e facenti parte della prefettura di Okinawa incluse le isole di Ishigaki e Miyako[1].

I giapponesi si oppongono fermamente al lancio, poiché le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza hanno proibito alla Corea del Nord, qualsiasi tipo di test che usi queste tecnologie missilistico-balistiche.  Le unità di difesa terrestri e marittime dell’Impero Nipponico sono al momento allertate a distruggere qualsiasi razzo o missile sorvoli lo spazio aereo giapponese. Pyongyang ha dichiarato che il lancio del missile investirà invece il Mar Cinese orientale e l’Oceano Pacifico a est delle Filippine. Staremo a vedere come andrà a finire. Il missile adoperato sarà della stessa tipologia di quello lanciato dalla Corea del Nord nel 2012, e per il quale ha subito sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza. Le tecnologie adoperate per questo test missilistico, sarebbero le stesse adoperate per costruire missili ICBM, i quali sono proibiti dalle restrizioni internazionali. Tuttavia Pyongyang risponde reclamando il diritto di mantenere un programma spaziale a scopo non militare. Di contro, molti analisti ed esperti di Corea del Nord, spiegano tutt’oggi che questi tentativi servirebbero a coprire e a camuffare il reale programma nucleare a scopo militare che Kim Jong Un sta attivamente portando avanti.[2]

L’auspicio è che queste ripetute provocazioni da parte di Pyongyang non portino ad un escalation di tensioni che destabilizzerebbero il Nord-Est asiatico. Al momento la posizione mediatrice della Cina sembrerebbe mantenere la situazione in equilibrio, nonostante la politica aggressiva del regime nordcoreano, il quale procede verso la nuclearizzazione. Vedremo cosa dirà il testo della prossima risoluzione del Consiglio di Sicurezza, e di che natura e gravità saranno le ulteriori sanzioni che verranno applicate nei confronti di Pyongyang.

Danilo Lo Coco


[1] Yoshida R., Mie A., “N. Korean missile intercept ordered”, in “The Japan Times”, 04/02/2016
[2] Talmadge E., “North gets more stealthy in launch”, in “The Japan Times”


giovedì 4 febbraio 2016

L'Ue sospende le sanzioni all'Iran: vantaggi per chi?

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

L'Ue sospende le sanzioni all'Iran: vantaggi per chi?



Nell’agosto del 2009 Mahmud Ahmadinejad, esponente del partito conservatore, iniziava il suo secondo mandato come presidente della Repubblica islamica dell’Iran, col l’intenzione di portare avanti il suo programma nucleare iniziato nel 2002 con la creazione di un impianto segreto per l’arricchimento di uranio impoverito con il metodo della centrifugazione, continuando negli anni successivi, non rispettando i termini imposti dal Trattato per la non proliferazione nucleare, ed evitando di firmare il protocollo aggiuntivo a questo. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva preparato una bozza di sanzioni, facendo però attenzione a non peggiorare la situazione politica e strategica a livello internazionale. In questo articolo verrà analizzato il percorso seguito dall’Unione europea fino al 16 gennaio del 2016: data della sospensione delle sanzioni. E in più verranno presentate le conseguenze economiche derivanti. 

Il 9 Giugno 2010 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la risoluzione 1929 che rafforzava le resoluzioni precedenti e introduceva nuove misure restrittive contro l’Iran in merito all’arricchimento di uranio e alla minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale. Per la prima volta infatti le sanzioni risultavano economicamente forti, tralasciando l’impatto simbolico e mettendo in risalto il vero fine delle misure contro la politica aggressiva di Mahamud Ahmadinejad. Di conseguenza, anche l’Unione europea ha voluto lasciar il segno: il 26 luglio il Consiglio europeo ha adottato la decisione sulle misure restrittive contro l’Iran. La decisione adottata si fondava su restrizioni concernenti sei punti fondamentali:
-Importazioni ed esportazioni (divieti di esportazione verso l'Iran di armi, di beni a duplice uso, di prodotti che possono essere utilizzati in attività connesse all'arricchimento; divieto di importazione di petrolio greggio, di gas naturale e di prodotti petrolchimici e petroliferi; divieto di vendita o fornitura di attrezzature essenziali utilizzate nel settore energetico, di oro, di altri metalli preziosi e diamanti, di talune attrezzature navali, di determinati software)
-Settore finanziario (congelamento dei beni della Banca centrale dell'Iran e delle più importanti banche commerciali iraniane, introduzione di meccanismi di notifica ed autorizzazione per il trasferimento di fondi superiori a determinati importi verso istituti finanziari iraniani)
-Settore dei trasporti (divieto di accesso agli aeroporti dell'UE dei voli cargo iraniani, divieto di prestazione di servizi di manutenzione a aeromobili e navi cargo iraniane che trasportano materiali o beni vietati) 
-Ammissioni (intese come passaggio di persone ritenute associate all’Iran per la proliferazione nucleare nei territori dell’Unione europea)
-Congelamento di fondi e di risorse economiche (legati all’arricchimento di uranio, esonerando dalle restrizioni le risorse legate alla soddisfazione di bisogni essenziali per la popolazione civile)
-Altre misure legate alla legislazione propria di ogni stato membro.

Le conseguenze delle restrizioni hanno fortemente toccato l’economia iraniana, esattamente come l’economia europea e dei maggiori stati membri. Tuttavia dopo la vittoria del riformista Hassan Rouhani alle presidenziali del 2013, contro il conservatore Mahmud Ahmadinejad, l’Europa ha iniziato a nutrire un certo ottimismo, fondandosi sulle dichiarazioni del presidente neo-eletto. In effetti a più riprese il presidente Rouhani aveva espresso l’intenzione di adottare une politica estera meno aggressiva rispetto al suo predecessore, e di ristabilire dei rapporti pacifici con i paesi occidentali. Il 24 Novembre 2013 infatti, a Ginevra, si è trovato l’accordo tra Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e l’Iran. L'accordo contava quattro pagine di cui una sull'ammorbidimento delle sanzioni economiche contro Teheran. Allo stesso tempo si sanciva l’impegno del governo di Rouhani di produrre uranio solo per uso civile, la chiusura di un nuovo impianto per la produzione del plutonio, la possibilità di ispezioni a sorpresa degli ispettori Aiea nelle centrali di produzione, e l’arresto della produzione di uranio arricchito al 20 % (percentuale indispensabile per costruire ordigni nucleari). L’accordo è stato ben accolto dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, che oltre ad aver espresso la sua soddisfazione, ha auspicato l’implementazione dei rapporti con l’Iran.

In vista del programma comprensivo voluto dall’Unione europa nei confronti dell’Iran l’accordo avrebbe avuto dei risvolti politici ed economici per tutte le parti interessate. Gli Stati coinvolti non avrebbero più emanato nuove sanzioni contro l’Iran, avrebbero sospeso il divieto di importare ed esportare prodotti petrolchimici iraniani. La sospensione avrebbe riguardato anche la fornitura di tutti i servizi correlati ai finanziamenti, all’assistenza finanziaria, assicurazioni e riassicurazioni. Inoltre l’UE avrebbe sospeso il divieto di commercio di oro e metalli preziosi con il governo dell'Iran, ai suoi enti e la Banca centrale dell'Iran. Da una parte, altrettanto importante fu la sospensione del divieto di fornitura e trasporto del petrolio greggio iraniano, e dall’altra le agevolazioni in merito ai trasferimenti finanziari. In effetti in un primo momento, il Consiglio aveva deciso di sospendere per sei mesi le restrizioni sopra elencate. 

Il 14 luglio 2015 è stata una data emblematica per il raggiungimento di un ulteriore accordo a Vienna, in cui è stata espressa la volontà da parte di Iran, Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, e l’Alto Rappresentante dell’UE, di raggiungere una soluzione globale, duratura e pacifica della questione nucleare iraniana, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato la risoluzione 2231, contenente il JCPOA. Il 31 luglio di coseguenza il Consiglio dell’Unione europea ha adottato gli atti giuridici contenenti gli ulteriori atti per migliorare i rapporti con l’Iran. In particolare, questi atti prevedevano que le sanzioni non si applicavano più alla fornitura di materiale poiché l’Iran aveva:
-modificato la produzione di isotopi, rendendoli stabili,
-modernizzato il reattore di Arak
-diminuito lo stock di uranio arricchito.

Dopo un’anno di mediazione e collaborazione tra le parti interessate, un’ulteriore tappa è stata raggiunta il 18 ottobre 2015, data in cui il Consiglio ha adottato gli atti giuridici che prevedevano la revoca delle sanzioni se l’AIEA, in seguito a dei controlli programmati per gennaio, avesse confermato che l’Iran stava rispettando i termini degli accordi. Alla fine, il 16 gennaio 2016 il Consiglio ha revocato tutte le sanzioni economiche e finanziare relative al nucleare subito dopo che l’AIEA ha accertato l’attuazione delle misure contenute nel Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) del 2015, da parte dell’Iran. 

Le conseguenze delle sospensioni delle sanzioni sono degni di nota. All’interno del contesto geopolitico attuale, la ripresa dei rapporti con uno dei paesi della zona del Golfo, che fino a qualche anno fa risultava come una minaccia per la pace e per la sicurezza internazionale, può essere interpretata come una vittoria sia politica che economica. Nonostante si parli molto dei vantaggi dei quali l’Iran potrà usufruire una volta rientrata nel mercato internazionale, bisogna notare che dalla sospensione delle sanzioni, nel medio periodo, si avrà un beneficio netto per molte regioni del mondo. Risulta infatti importante notare che, secondo degli economisti esperti, tutti i continenti ne trarranno vantaggio. Tralasciando ogni forma di propaganda politica, l’economia mondiale subirà dei cambiamenti rilevanti. Gli effetti economici e finanziari più salienti per l’Iran saranno i seguenti:
-crescita del PIL del 5% nel 2016,
-rilascio di 100 miliardi di dollari che erano congelati a seguito del blocco delle esportazioni di gas e petrolio,
-spostamenti del capitale umano che comporteranno scambi e turismo che faranno crescere l’economia del paese.

Per quanto riguarda l’economia delle regioni circostanti e non, i maggiori effetti che si potranno osservare si fondano:
-sull’aumento di investimenti di almeno 3 milioni di dollari da parte della Gran Bretagna, Cina, India, Turchia e Arabia Saudita per sfruttare le risorse energetiche iraniane,
-sulla diminuizione della spesa pubblica nell’area del Magreb, soprattutto Egitto e Tunisia, grazie al ribasso del prezzo del petrolio derivante dall’entrata di quello iraniano nel mercato internazionale,
-sull’interscambio con l’Europa, che da 7,6 miliardi di dollari nel giro di due anni arriverà a 3.040 miliardi di dollari (cioè aumenterà del 400%),
-sull’aumento degli investimenti dei paesi asiatici (primo tra tutti la Cina) nel mercato petrolchimico e del gas iraniano.

Alla fine, i più noti economisti fanno notare come dal libero scambio non trarrà vantaggio soltanto il paese che aveva subito le sanzioni. L’Iran è un paese ricco sotto molti punti di vista, ed una risorsa per molti paesi confinanti. Alla fine, dalla politica distensiva del governo Rouhani ne trarranno vantaggio i 6 paesi che più di tutti si erano batutti per sanzionare la politica di Mahmud Ahmadinejad.

Maria Elena Argano

Per saperne di più:

martedì 2 febbraio 2016

Dalla Turchia a Lampedusa, la Francia è lontana

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Dalla Turchia a Lampedusa, la Francia è lontana

Dalla nascita del colonialismo fino alla sua fine, giungendo ai giorni d'oggi, le super potenze Europee hanno stimato grandi ricchezze e mantenuto rapporti diretti con le proprie terre. Anche se non si parla più in termini di colonialismo, bandito da ogni Carta e Convenzione internazionale, molti Paesi hanno mantenuto rapporti privilegiati che spesso, come racconta la storia degli ultimi 20 anni, ha portato a destabilizzazione e alla nascita di correnti nazionaliste pericolose. Facendo un notevole salto storico, senza addentrarci dentro la storiografia del terrorismo internazionale e delle sue mille sfaccettature, giungiamo alle conseguenze prevedibili che questo ha originato: la fuga dalla paura. Chi fugge, e noi di Imesi lo abbiamo già ripetuto tra seminari e report, sono bambini, famiglie povere alla ricerca della tranquillità e di un nuovo futuro lontano da quello che non considerano più il vero focolare domestico. Chi fugge rischia sicuramente di scontrarsi con gli imprevisti previsti (gioco di parole voluto e dovuto) della realtà: barconi che affondano, prigionie, torture e violenze. Spesso e volentieri dietro a tutto ciò c'è il terrorismo internazionale, oggi conosciuto come IS, che organizza spedizioni verso le nostre terre dietro corrispettivi ingenti. L'Europa ancora non è in grado di reagire e organizzarsi di fronte a questo straordinario fenomeno, inteso come immigrazione e terrorismo. Agisce divisa e mostra i suoi lati deboli: il nazionalismo soffocante che vince sulla politica di una Europa-Stato che dovrebbe parlare in un'unica voce. La recentissima mossa dello scacchiere di Bruxelles è stata creare un piano "salva Turchia" che suona più come una mossa del tipo "io ti aiuto ma ricordati dell'Europa" che sfocia in un accordo milionario per contribuire ad aiutare Ankara a gestire il grandioso flusso dei profughi siriani e iracheni che giungono nei campi, ormai allo stremo, delle città di confine. Gestione intesa in termini di accampamenti, controlli di qualità, cibo e contrasto al terrorismo. La Turchia, e come non dar torto a Bruxelles, da mesi viene giornalmente assediata da chi fugge da Raqqa, Kobane, Mossul e fin qui siamo tutti solidali. Aiutiamo la Turchia.

Spostandoci un po' più a sud dell'Europa, la questione diventa ancor più delicata. E qui, a proposito di nazionalismi, un'isola e una comunità viene lasciata sola a fronteggiare migliaia di arrivi dalla Libia e che solamente con il grandioso appoggio delle Ong locali e di alcune organizzazioni umanitarie nazionali e un paio di agenzie ONU si riesce a gestire lo straordinario flusso di esseri umani. Mancano altre strutture adeguate perché le uniche rimaste sono al collasso, però non viene a mancare l'amore dei Lampedusani verso chi soffre e continua a sognare. Si, stiamo parlando di quella terra ricca di paesaggi naturalistici unici al mondo, Lampedusa, e dei suoi abitanti che nel lontano 2012 hanno accolto nelle proprie case gli immigrati che scappavano dalle coste nord Africane. L'unico riconoscimento politico di Bruxelles è stato la presenza di Barroso, l'allora Presidente della Commissione Europea, a commemorare le centinaia di vittime naufragate di fronte il porto dell'Isola. Da lì ad oggi, tante parole, tanti elogi ma pochi fatti concreti. Lampedusa merita un trattamento diverso e di certo le ultime dichiarazioni del ministro francese non spingono in questa direzione.

C'è chi teme, come Jean-Yves Le Drian, che a Lampedusa ci sia il rischio di infiltrazioni dell'IS, proprio perché è la prima frontiera a soli 300 km dalla Libia, dove Daesh sta avanzando senza ostacoli. Se veramente a Lampedusa ci sia il rischio che lo Stato Islamico possa levare in cielo la propria bandiera nera, allora, i nostri servizi segreti, tra i più lodevoli sul piano internazionale, dovrebbero rivalutare le proprie competenze. E non credo sia così, anzi. Penso che si stia esagerando, o forse, e spero di sbagliarmi, il ministro francese non sia a conoscenza delle reali preoccupazioni che il suo Paese sta attraversando sul piano interno e della sicurezza internazionale. Lo Stato Islamico è già presente in Europa e questo è sotto gli occhi di tutti. Le recenti sanguinose stragi di Parigi hanno appurato che i terroristi erano cittadini francesi e mai partiti da Lampedusa. L'obiettivo dello Stato islamico è politico e non di certo colpire i punti logistici, come Lampedusa. L'Italia non ha bisogno dei consigli francesi in tema di terrorismo e di controllo delle proprie frontiere, semmai ha bisogno di una Europa unita e che rivaluti le politiche, fin qui anemiche, della gestione all'immigrazione, relegando all'Italia un ruolo di primo piano, concedendo risorse per la creazione di nuovi Centri di accoglienza. Inoltre, sappiamo che chi arriva a Lampedusa, proprio perché la prima frontiera dopo lo Stato Islamico, viene individuato, schedato e segnalato e qui il grande lavoro che i funzionari Frontex e le forze dell'ordine italiane stanno svolgendo nel piccolo centro dell'isola, grazie anche alla creazione dell'Hotspot.

Le preoccupazioni del Ministro Le Drian, quindi, suonano come una strategia volta a scoraggiare il turismo nell'isola, metà molto ambita dai francesi, alle porte di una stagione che deve rilanciare l'economia lampedusana. I disperati che arrivano lungo le nostre coste scappano dall'IS e non crediamo assolutamente che un terrorista possa imbarcarsi e rischiare la vita come la rischiano ogni giorno centinaia di profughi. Oggi chi miete terrore è chi conosce profondamente le istituzioni e la storia del Paese verso cui vuole dimostrarsi e non a caso la storia recente l'ha testimoniato. Questa volta la Francia ha perso l'ennesima occasione per restare a riflettere, in silenzio.

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lunedì 1 febbraio 2016

Gli hotspot e il destino diverso di chi si chiama Rifugiato o Immigrato

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

Gli hotspot e il destino diverso di chi si chiama Rifugiato o Immigrato 



Chi decide di abbandonare il proprio Paese conosce già il destino che lo attende. In Europa si dice che i migliori strateghi ed esperti di migrazione siano proprio i migranti stessi. Decidono con accuratezza il Paese dove stabilirsi, conoscono più o meno lo stile di vita e le opportunità lavorative. Questa attenta analisi deve, però, confrontarsi con la questione molto delicata delle politiche migratorie dell'UE. La maggior parte dei migranti non conosce la situazione sulla gestione europea dei diritti d'asilo, diventata in questi ultimi anni ancor più complicata con la minaccia del terrorismo internazionale. Chi ha la fortuna di giungere presso i nostri confini deve scontrarsi con le procedure di riconoscimento che spesso sfociano in respingimenti o in accoglimenti. Con l'evolversi delle politiche migratorie, Bruxelles ha sancito una netta divisione tra "migranti politici" e "migranti economici", quest'ultima mitigata con la scusante della minore età o condizioni particolari. In teoria stiamo parlando di una classificazione geografica e politica dell'essere umano già elaborata in passato da un grande studioso delle migrazioni, Egon Kunz, che sosteneva la teoria push/pull, differenziando chi parte per necessità (pushed. quindi i rifugiati) da chi lo fa per scelta personale (pulled, attratti dalle migliori prospettive economiche). Con il passare del tempo la distinzione tra i due tipi di migranti è divenuta una semplificazione che ci aiuta a separare i buoni dai cattivi ma non certamente a far chiarezza sui problemi reali del fenomeno.

Bruxelles, ma soprattutto la Cancelliera Angela Merkel, riferendosi ai "migranti economici" non si è stata particolarmente propensa ad estendere il benvenuto anche a coloro che intendono trovare semplice fortuna in Germania: "accetteremo solo i profughi Siriani e chi fugge dalla guerra" aveva detto in una sua recente intervista, e cosi, di fatto, è stato. Ma la maggioranza ha pensato che fosse solamente una mossa politica piuttosto che umanitaria. A rotazione, quindi, anche l'Europa del nord (Svezia in primis) si apriva ai profughi che fuggivano dalla guerra e dalla minaccia terroristica dell' IS. Ho detto "si aprivano", perché oggi raccontiamo un'altra storia rispetto ai cartelli di benvenuto di qualche settimana fa, ma non è mio intento approfondire la questione in questa sede.

La scoperta della rotta balcanica, dopo le limitazioni al rilascio dei visti in Libia e l'inasprimento della guerra civile, ha triplicato il numero delle presenze al confine Turco. Si parla di migliaia di profughi siriani che stazionano nei campi allestiti da UNHCR pronti a varcare i confini europei. Le fonti delle Agenzie Internazionali parlano di 400 mila bambini provenienti dalla Siria e dall'Iraq bloccati in Giordania, Turchia e Libano, costretti a non poter andare a scuola e a nessuno di loro viene riconosciuto formalmente lo status di rifugiato, senza che riescano ad ottenere un regolare lavoro per soddisfare i bisogni primari delle loro famiglie. Lo status di rifugiato e l'agognato visto per poter lavorare e risiedere legalmente nel Paese ospitante viene concesso singolarmente secondo criteri ben precisi. Cosi l'Europa ha formalmente invitato i Paesi membri a classificare i migranti Siriani, Iracheni, Eritrei e Somali (con la possibilità di inserire nella lista altri Paesi) come "immigrati politici" o rifugiati[1], a differenza di una vasta aria Africana che va dalla Nigeria al Senegal fino al Mali e Gambia definiti immigrati "economici". Entrambe le "classificazioni" hanno alle spalle le stesse storie di paura e miseria, entrambi hanno calpestato con i piedi scalzi la nuda terra e visto morire compagni, fratelli, figli o genitori. Ma chi decide del loro destino è una apposita Commissione preposta per accettare o respingere la richiesta di status di rifugiato politico. Il Paese che ha ricevuto più domande di asilo è sicuramente la Germania (73mila domande, il 40% del totale), storicamente paese che ha accolto popoli di guerra, mentre l'Italia viene considerata sempre più una terra di passaggio con circa 15mila domande (8% del totale). Nel 2014, invece, l'Italia ha avuto un incremento del 140% delle richieste d'asilo dovuto in particolar modo all'aumento delle persone sbarcate nel Mediterraneo, ben 170 mila (+200% rispetto al 2013), ma anche dell'applicazione del regolamento di Dublino che prevede la possibilità di fare domanda di asilo nel primo Paese di arrivo in Europa.

In seguito ai massicci arrivi lungo le frontiere costiere europee, gli allarmi terroristici con la crescente pressione dell'IS in Libia e il timore di accogliere in casa nostra potenziali jihadisti, la Cancelliera Merkel e il suo omonimo Austriaco Faymann hanno ribadito la necessità di creare dei centri di identificazione nei Paesi maggiormente esposti come Grecia e Italia che prenderanno il posto di strutture già esistenti: i cosidetti Hotspot, meglio conosciuti come "punti caldi". In Italia, la Sicilia è la regione con il più alto numero di Hotspot dove se ne contano addirittura ben cinque: Trapani, Augusta, Pozzallo, Porto Empedocle e Lampedusa. Le forze dell'ordine, coadiuvate dai funzionari delle Agenzie Europee, identificano i migranti che vogliono presentare la richiesta d'asilo, raccogliendo le impronte digitali tra le prime 48/72h dal loro arrivo. Nel caso in cui rifiutassero l'identificazione vengono trasferiti presso i CIE (Centro identificazione ed espulsione) pronti per essere rimpatriati. Coloro che invece saranno schedati verranno trasferiti presso le strutture di accoglienza fino a quando l'autorità preposta non esaminerà la posizione di ogni singolo immigrato per ordinare cosi o la loro ammissione e riallocazione in altri Stati membri nel caso di "immigrati politici" o la loro espulsione se si tratta di "immigrati economici", a meno che non siano minori o versano in gravi condizioni di salute. Chi rimane in Italia deve attenersi alle condizioni giuridiche nostrane. Ma la situazione non è delle migliori, specialmente in Sicilia: non ci sono più dormitori disponibili, non ci sono sussidi, non c'è lavoro e se c'è, di certo non in regola. I Centri di accoglienza sono al collasso, quindi spesso si dorme per strada e chi è fortunato riceve una coperta e un pasto caldo. Oggi, protezione e dignità sono diventati un lusso che nessuno più conosce. E l'Europa che litiga su Schengen dovrebbe pensare ad una strategia per migliorare questi nuovi flussi migratori ed evitare che decine di bambini muoiano ogni giorno tra le braccia dei soccorritori. Le politiche migratorie europee, quindi, restano oggetto di discussione in ambito intergovernativo, e in particolar modo sono criticate da alcune organizzazioni umanitarie, contrarie alla politica di respingimento dei "migranti economici". Quando neghiamo a quest'ultimi il diritto di trovare fortuna nel nostro continente, stiamo rinnegando il diritto dei nostri nonni di andare in Germania o in Svizzera o quello dei nostri figli di andare a studiare nelle prestigiose università del nord Europa e cercare per loro un nuovo orizzonte che possa formarli sia umanamente che professionalmente. 

Davide Daidone



Note:
[1] "A chiunque per timore di essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dallo Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato". Art.1, Convenzione di Ginevra, 1951.

Riferimenti bibliografici:

- Kunz, E.F. (1973), The Refugee in Flight: Kinetic Models and Forms of Displacement, in “International Migration Review”, 7

-Lenius, "Quanti sono i rifugiati in Italia e in Europa?", di Fabio Colombo, 2015 

-Unhcr (2014), Asylum Trends 2013