giovedì 10 marzo 2016

Guantanamo: fine della storia?

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Guantanamo: fine della storia?


Il 22 Febbraio, durante una conferenza stampa, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha dichiarato di disporre di un piano, concordato con il Pentagono, per la chiusura definitiva della prigione di Guantanamo. La proposta non costituisce di certo una novità: già nel 2008, in piena campagna elettorale, e poi durante il primo mandato presidenziale, Obama aveva più volte affermato di voler prendere provvedimenti seri a riguardo e voci su questo piano circolavano già da quest’estate e si erano notevolmente intensificate con l’inizio del nuovo anno; alla chiusura della struttura, già auspicata anche da Bush e McCain, si è sempre opposto e continua tuttora ad opporsi il Congresso degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, senza il consenso del quale non sarebbe possibile procedere. Forte di questa consapevolezza, Obama ha cercato di aggirare l’ostacolo cercando di ridurre, per quanto possibile, il numero dei detenuti, molti dei quali sono stati trasferiti in strutture detentive di altri paesi. Eppure, anche in questo caso, è stato necessario fare i conti con la volontà del Congresso che, nel 2010, ha votato affinché i detenuti trasferiti non potessero entrare negli Stati Uniti. Anche oggi, quindi, la chiusura di Guantanamo è pericolosamente vincolata dalle intenzioni del Congresso. I detenuti ancora presenti nella struttura, ad oggi 91, dovrebbero infatti essere smistati in strutture di altri paesi, tra cui anche gli Stati Uniti. (Il Pentagono avrebbe peraltro già segnalato una quindicina di strutture, alcune in Colorado, Kansas e South Carolina, altre all’interno di basi militari, che potrebbero accogliere i detenuti). Eppure se il divieto imposto nel 2010 non dovesse essere revocato, nulla di quanto proposto potrebbe andare a buon fine, a meno che Obama non decida di scavalcare il Congresso e procedere ad un trasferimento per decreto presidenziale, possibilità prevista dalla stessa Costituzione degli Stati Uniti. Oggi più che mai, giunto agli sgoccioli del suo secondo e ultimo mandato, il Presidente sembra risoluto nei propri propositi e convinto di dover agire: “Per molti anni è stato chiaro-ha affermato durante la conferenza stampa- che il centro di detenzione a Guantanamo non ha migliorato la sicurezza nazionale, al contrario l’ha indebolita. […] È controproducente per i nostri interessi nazionali perché viene usato dai jihadisti come propaganda per reclutare nuove forze”. Il timore di infiltrazioni jihadiste è però solo una delle ragioni che stanno alla base dell’iniziativa; altro fattore da non sottovalutare è quello economico: il mantenimento di Guantanamo costerebbe infatti, secondo quanto affermato da Obama, circa 445 milioni di dollari all’anno e il trasferimento dei detenuti in altre strutture statunitensi permetterebbe di risparmiare annualmente tra i 65 e gli 85 milioni di dollari. “Si tratta di chiudere un capitolo della nostra storia- ha poi aggiunto il Presidente-Rispecchia le lezioni che abbiamo imparato dall’ 11 Settembre, lezioni che devono guidare la nostra nazione in avanti”. Che oggi gli Stati Uniti siano in grado di trarre una lezione dall’11 Settembre è ancora tutto da vedere, considerato che è proprio in seguito ai fatti di quel tragico giorno, durante la presidenza Bush, che si decise di istituire il carcere di massima sicurezza di Guantanamo. Sorto in una base navale statunitense a Cuba, esso fu subito diviso in tre campi, finalizzati a raccogliere numerosi detenuti catturati durante il conflitto in Afghanistan o ritenuti collegati, più o meno direttamente, ad attività terroristiche. Fin dai primi anni di attività, i metodi detentivi operati a Guantanamo furono aspramente criticati, sia dagli attivisti in favore della tutela dei diritti umani che dalle autorità internazionali. Già nel 2002, infatti, l’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Mary Robinson, aveva denunciato gravi violazioni perpetrate a danno dei detenuti; le critiche e le denunce sono state numerose nel corso degli anni e molte testimonianze sono state raccolte per cercare di far luce sui metodi di interrogatorio e detenzione. Ne è emerso un quadro desolante e degradante, caratterizzato da violenze fisiche e soprusi psicologici. Assai discusso è stato poi il caso, particolarmente spiacevole, dell’ex detenuto Mustafa al Aziz al Shamiri, recluso a Guantanamo per ben tredici anni perché confuso con un omonimo leader di Al Qaeda. Uno scambio di persona, quindi, un equivoco che, forse, tramite un giusto processo sarebbe venuto fuori molto prima; ma per i detenuti di Guantanamo la giustizia segue un iter ben diverso, che non prevede un giusto processo. I reclusi infatti non godono dello status di prigioniero di guerra e pertanto non possono godere delle tutele contenute nella Convenzione di Ginevra del 49. Neanche Cuba ha alcuna voce in capitolo su quanto avviene nella struttura detentiva: benché collocata in territorio cubano essa, in virtù dell’“Accordo tra gli Stati Uniti e Cuba per l’affitto di basi navali o per il rifornimento di carbone”, sorge in una zona, la Guantanamo Bay, la cui sovranità ultima spetta a Cuba, ma la cui giurisdizione e controllo spettano interamente agli Stati Uniti dal lontano 1903, data di inizio dell’occupazione statunitense. Neanche la giurisdizione ordinaria degli Stati Uniti però trova applicazione nella struttura detentiva di Guantanamo: con un’ordinanza presidenziale è stato infatti stabilito che a giudicare i detenuti di Guantanamo dovessero essere delle particolari commissioni militari e non i tribunali ordinari, poiché i reclusi non potevano neanche essere considerati al pari dei detenuti per reati ordinari. Si è pertanto venuto a creare un percorso giudiziario parallelo, ma che si discosta quasi totalmente da quello ordinario e che quindi non tiene conto di quanto stabilito dalla Costituzione degli Stati Uniti o dalle norme di diritto internazionale. Lord Steyn parlò addirittura di un vero e proprio “buco nero legale”. A fare un po’ di chiarezza ha contribuito recentemente la Corte Suprema, che nel 2006 ha istituito la violazione alla Convenzione di Ginevra, e nel 2008 ha infine consentito ai detenuti di poter ricorrere dinanzi ai tribunali civili statunitensi per contestare la propria detenzione, dando vita a un’inversione di rotta importante rispetto al passato. La vicenda sembra essersi evoluta, nel corso degli anni, in una direzione ragionevolmente positiva. Adesso non si attende che l’ultimo atto, la chiusura definitiva di una struttura che incarna perfettamente tutta l’ambiguità della politica statunitense. Per il Presidente Obama sarebbe un importante traguardo, raggiunto peraltro proprio sul finire della sua permanenza alla Casa Bianca.
Alessia Girgenti 

Riferimenti bibliografici:
·         www.usmilitary.about.com
·         www.amnesty.org

martedì 8 marzo 2016

What Europe in Sirya ?

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

What Europe in Syria ?





The Syrian Observatory for Human Rights (SOHR), an NGO based in London, documented that there were 260,758 deaths between March 2011, the date of the beginning of the Syrian civil war, and December 2015. One third of victims were civilians, while the remaining parts were soldiers. On September 2013, after the use of chemical weapons in Damascus, the Syrian crisis became international: the United States and the European Union accused Bashar al-Assad’s government of conducting this illegal operation. However, Russia and Iran defended the Syrian government and accused rebels. In recent years the public opinion has asked which is the role played by the European Union in this conflict, especially after the military intervention in the Syrian territory by the American and Russian forces. This article, firstly, wants to highlight the EU's identity path to understand which kind of actor Europe is nowadays. Secondly, we will focus the attention on the Union's position regarding the situation in Syria. Finally, it will be analysed the Federica Mogherini’s statements about the ceasefire agreement between the US and Russia on the Syrian territory.

The European evolution

The current European Union's identity is the result of a process that began at the end of the II World War. The evolution of the Union status as an international actor has followed five phases each corresponds to a specific historical period. Indeed, following the scheme presented by Joachim Koops in his book «The European Union as integrative power?», the European phases are:
· Economic
· Civilian
· Military
· Legislative
· Civilian power with teeth

The concept of creating an economic power was the dominant idea between the late 1950s and the early 1970s As a result, the Treaty of Rome of 25 March 1957 established the European Economic Community (EEC) and set the stages and parameters for a common commercial policy and thereby for the EEC’s development into an international economic power. According to Koops, the slow delegitimization of brute force and military power in international relations during that particular period facilitated the EEC to acquire importance as an economic power. In his opinion, the African decolonization process provided with the EEC an opportunity for crafting a continuing privileged relationship with former colonies. In 1970, with the European Political Cooperation (EPC), the European community (EC) leaders increasingly attempted to convert its role into international political power. François Duchêne, a policy analyst, was the first who described the EC as a distinct actor in international affairs. An international subject able to promote Civilian Power: springing the civil and democratic standards in the world, using its economic power. In 1973, with the «Declaration on European identity» was formulated and the foreign ministers of the nine member states stated that it was necessary to extend the democratic principles on which the EC was based, speaking with one voice. In 1974, the UN General Assembly gave the EC a permanent observer’s status, and this helped the Community to become an international political player. During the early 1980’s, the increasing Cold War tensions, led to a resurgence of the military issues at the international level. A change in the international context led the EC to reconsider its military power.

The lack of a significant contribution by the EC during the US-led Gulf War against Iraq in 1991 and the EC’s collective failure to respond effectively to the Bosnian War (1992-1995) underlined the fact that what George Bush’s (senior), rather hyperbolically, declared post-Cold War ‘new world order’ was being shaped without much of an EC input. Although the Maastricht Treaty, signed in 1992, was meant to provide the newly created European Union with a more institutionalized, visible, and resolute foreign policy system, the expectations generated by this Common Foreign and Security Policy (CFSP) mechanism could not be matched by its capabilities. After the birth of the European Security and Defence Policy (ESDP) at the Helsinki and Cologne EU Council summits in 1999, the Treaty of Amsterdam (in force since 1999) established the office of a High Representative/Secretary General for the CFSP, while the Treaty of Nice (signed in 2001 and in force since 2003) created several new ESDP institutions. The development of the EU towards a potential military power needs to be viewed in the international security context of the 1990s.

The alleged transformative effects of EU enlargement have prompted policy-makers and academic commentators to conceptualize the EU as a transformative and ‘structural diplomatic power’. The conceptualization of the EU as a normative power can be seen as the boldest variation of the civilian power notion by arguing that not only is the EU constructed on a normative basis, but importantly that this predisposes it to act in a normative way in world politics. Since 2003, experts defined the UE as a civilian power with teeth. The Berlin Plus agreement established the incorporation within NATO's defence planning of the military needs and capabilities, and the exchange of classified information under reciprocal security protection rules. In this sense the EU developed its (evolved as an international actor and reconsidered the) military dimension, but at the same time it increased institutionalisation and cooperation with others international organisations (such us the UN). It began also a comprehensive approach. The EU approach to comprehensive security is intimately linked to multilateralism, and to the promotion of security in close partnerships with other states and international organisations. The conceptual evolution of the European Union shows that it is the result of a path started in the ‘50s, and that is still on ongoing process. Its specificity lies in the fact that the EU is not an exclusive actor, because it could contain several features that make it a power in economic, civil, military, and normative terms. In other words, focusing on foreign policy, to use a classic definition, the “EU is Mars utilising Venus means”.

What strategy in Syria according to the Council?
In 2011, the EU responded to the unacceptable violence used by the military and security forces against peaceful demonstrators. The EU suspended its cooperation with the Syrian Government under the European Neighbourhood Policy and gradually extended restrictive measures against the Syrian Government. From the very outset, the EU has condemned human rights violations in Syria in strongest terms. The EU is a full member and active participant in the International Syria Support Group. It fully supports the UN-led process, notably the efforts of the UN Special Envoy for Syria. According to the European external action service, only a Syrian-led political process leading to a peaceful and inclusive transition, based on the principles of the Geneva communiqué of 30 June 2012 and in line with relevant UN Security Council resolutions 2254 (2015), will bring back stability to Syria. In March 2015, the Foreign Affairs Council adopted a comprehensive EU regional strategy for Syria, Iraq and the Da'esh threat . In this conclusion the EU condemned unreservedly the indiscriminate attacks, atrocities, killings and abuses of human rights which are perpetrated by ISIL/Da'esh and other terrorist groups. The EU's aim was both to provide humanitarian aid, and a political solution. The main objective was to find a common solution between the central government and the moderate opposition. For this reason the EU and its Member States mobilised more than € 3.2 billion for relief and recovery assistance to those affected by the conflict inside Syria and refugees and host communities. This means that EU decided to use a humanitarian, economic, and political approach in order Syrian crisis. The Russian airstrikes and the advancement of terrorist groups worsted both the humanitarian condition inside Syrian's territory, and the political situation at the international level. For this reason, during the Foreign Affairs Council of 12 October 2015, the EU stated its position underlining the importance to find a political solution, under the UN auspices. This time the EU condemned each type of military action, because the US and Russian’s interventions aggravated the internal Syrian crisis. At the same time, the EU decided to intensify humanitarian diplomacy and sought ways to improve access and protection as well as to promote humanitarian principles. In conclusion, the European approach in Syria has been based on three fundamental points: the political support (typical of a normative power), humanitarian aid (typical of a civilian power), and budgetary support (typical of an economic power). However, it seems necessary to highlight that the EU supported the efforts of the Global Coalition to contrast Da'esh in Syria and Iraq. As noted by UN Security Council Resolution 2170 (August 2014), “terrorism can only be defeated by a sustained and comprehensive approach involving the active participation and collaboration of all States […] which is why our first priority is to encourage others to join in this important endeavour”. This Coalition, formed by the US President Barack Obama, is based on five core lines: providing military support to international partners; impeding the flow of foreign fighters; stopping ISIL's financing and funding; addressing humanitarian crises in the region and exposing ISIL's true nature. In the end, even if an offensive approach in Syria has not been supported by the EU in itself, the EU is nevertheless part of the Coalition, whose initiative main goal is indeed a military order.

The European statements after the cease-fire
On 22 February 2015, the US and Russia have agreed on a draft agreement calling for the cessation of hostilities in Syria starting from Saturday 27th February. The points of the agreement are the following:

The draft mentions the ceasefire between the regime and the rebel groups. As a consequence, the Truce excludes the operations against the Islamic State and al-Qaeda.

The truce is valid only for the rebels who will accept the ceasefire no later than noon on Friday 26th February.

Definition of "terrorist groups": The draft does not insert two rebel groups as a terrorist organization, as requested by Moscow. There are the Ahrar al-Shaam (Free of greater Syria) and Jund al-Islam (Army of Islam), both Salafist organizations linked to Turkey and Saudi Arabia (both allies of the US).

The institution of a Working Group to indicate areas that will be bombed, or those controlled by the Islamic State or the Al-Nusra Front.

On 26 February, about a hundred troops of Syrian rebels announced that would respect the ceasefire. The Free Syrian Army factions and the opposition agreed to respect a temporary truce. Upon hearing the news, the ministers of Italy, France, Spain, Portugal, Greece, Malta and Cyprus reiterated that the solution to the Syrian crisis couldn’t be military, and asked to immediately stop attacks on civilians and to grant access to humanitarian aid. Moreover, respect for the Syria’s sovereignty and the territorial integrity of the country were the main EU claims. In the concrete case, the policy adopted during the Syria’s crisis corresponds to the different characteristics of the European Union. During the Foreign Affairs (AFET) session of February 23, Federica Mogherini, the EU High Representative, gave a speech on the cease-fire and her approach confirms the role of the EU civilian power with teeth. During the debate, in response to questions from MPs on the true role of the EU in the civil war, the HR argued that the EU's task has been founded and will be based on two objectives: the humanitarian aid and the political solution. Regarding the humanitarian approach, Mogherini said that 114 humanitarian aid trucks had reached 83,000 people, and that the EU and its member states had pledged two thirds of all humanitarian aid. Concerning the political process, she said it was important to keep to agreements, because the political transition should include revising the Syrian Constitution and elections to be held within 18 months.

The European Union, even after international pressure, has consistently refused to undertake a military operation in Syria. The lack of an intervention is not derived from legitimacy or alliances questions. The question sinks into the very roots of the evolution of the European Union, as the military aspect is only one of the components of European identity. The European Union prefers to mobilize political, normative and economic means before considering a military operation. The foreign policy of defects doesn’t stem only from structural issues related primarily to the lack of a European army, but derive from the historical path that has highlighted the evolution. A military intervention has never been put on the European agenda, especially after the US and Russia interventions. The EU wants a political and negotiated solution: siding at the military level for one of the two sides would lead to the escalation of the fighting. In conclusion, foreign policy and defense identity is linked to the path taken after the end of World War II. The EU approach to comprehensive security is intimately linked to multilateralism, and to the promotion of security in close partnerships with the other states and international organisations.
Maria Elena Argano

For further information:
KOOPS, Joachim Alexander, “What Kind of Actor, What Kind of Power? Effective Multilateralism and the EU as an Integrative Power”, in The European Union as integrative power?, Brussels University Press, 2011, pp. 147 – 227. 

European External Action Service Site, The EU's relations with Syria: http://eeas.europa.eu/syria/

European Council Site, Council conclusions on the EU regional strategy for Syria and Iraq as well as the ISIL/Da'esh threat: http://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2015/03/16-council-conclusions-eu-regional-strategy-for-syria-and-iraq-as-well-as-the-isil-daesh-threat/

European Council site, Conclusion du Conseil sur la Syrie: http://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2015/10/12-fac-conclusions-syria/

U.S. Departement of State, The global coalition to counter ISIL: http://www.state.gov/s/seci/


La Repubblica, Siria, accordo USA-Russia su cessate il fuoco. Possibile stop alle ostilità dal 27 febbraio:http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/22/news/siria_accordo_usa-russia_cessate_il_fuoco-133989481/


EEAS Site, Mogherini discusses Syria, migration with national MPs:http://eeas.europa.eu/top_stories/2016/230216_mogherini_afet_en.htm

sabato 5 marzo 2016

Verso un'Unione energetica: quali sfide per l'Europa del post Cop21

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Verso un'Unione energetica: quali sfide per l'Europa del post cop21


L’evoluzione del concetto di «sviluppo sostenibile» presuppone una presa di coscienza da parte degli Stati membri dell’Unione europea - UE, che si impegnano a tutelare il capitale naturale in adempimento della «Convenzione riguardante la protezione sul piano mondiale del patrimonio culturale e naturale» (Parigi, 16 novembre 1972). In tale ottica, dunque, la politica energetica dell’UE persegue tre obiettivi principali: 1) la sostenibilità; 2) la sicurezza dell’approvvigionamento; 3) la competitività, promuovendo inoltre la transizione verso un’economia verde a bassa emissione di carbonio. L’art. 194 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, getta pertanto la base giuridica e i principi costitutivi di un’Unione per l’energia specificando, ciò nonostante, la libertà per ogni Stato membro di determinare la natura e la destinazione delle proprie risorse energetiche. Se consideriamo il mix energetico dei 28 Stati membri UE, il consumo di energia da fonti non rinnovabili (in ordine: petrolio, gas naturale, combustibili solidi) rappresenta più del 70% del consumo di fonti energetiche primarie (rinnovabili e non rinnovabili). Differentemente, il consumo di energia da fonti rinnovabili rappresenta soltanto il 5% del consumo di fonti energetiche primarie (dati «EU Energy in figures 2015»). In termini di sostenibilità, l’Unione europea è dunque fortemente consumatrice di risorse esauribili, nonché «dipendente» dall’importazione di gas naturale dalla Russia, la Norvegia e l’Algeria, nell’ordine indicato. Perseguire la transizione energetica garantendo la sicurezza dell’approvvigionamento, in caso di interruzione della fornitura di gas da parte dei paesi esportatori non-UE, risulta l’obiettivo principale del «Pacchetto in materia di energia sostenibile e sicurezza energetica» presentato pochi giorni fa dalla Commissione europea (Bruxelles, 16 febbraio 2016). Quali sono le novità di tale gamma di misure? E quali le linee guida definite dall’Accordo sul clima adottato a Parigi, il 12 dicembre 2015? Nel Pacchetto per la sicurezza energetica, la Commissione insiste sulla necessità di: 

a) ridurre la dipendenza di alcuni Paesi da una sola fonte energetica, principalmente il gas naturale. Sebbene l’importazione di quest’ultimo riesca a soddisfare il 45% della domanda attuale di gas in Europa, la minaccia reale di un taglio di rifornimenti da parte della Russia potrebbe gravare sull’approvvigionamento energetico di diversi Paesi, principalmente Francia e Germania;

b) favorire la riduzione del consumo di carbone per le attività in ambito edilizio e industriale. Quest’ultime rappresentano quasi l’80% del consumo di gas naturale (Agenzia europea dell’Ambiente);

c) rendere più competitivo il mercato dell’energia, riducendo le disparità regionali in termini di accesso alle fonti energetiche, nonché garantendo ai cittadini una migliore fornitura e a prezzi più accessibili. 

Tali misure risultano in linea con il Programma 2016 della Commissione Juncker (approvato il 27 ottobre 2015), nonché con quanto definito in sede internazionale durante i negoziati di Parigi della Cop21. Pur non essendo vincolante, il nuovo accordo sul clima definisce alcuni punti che riprendono la risoluzione ONU/A/RES/70/1 del 25 settembre 2015 “"Transforming our world: the 2030 Agenda for Sustainable Development". Le due priorità dell’accordo sul clima sono: 

a) ridurre l’emissione di gas a effetto serra, limitando l’aumento della temperatura al di sotto dei 2 °C e preferibilmente a 1,5 °C;

b) puntare sulla resilienza dei sistemi socioeconomici ed ecologici, attraverso la diversificazione economica e la gestione durabile delle risorse;

Dall’esecutivo comunitario, nonché dalla comunità internazionale, vi è dunque la volontà di definire delle priorità politiche comuni in materia energetica, che riflettano al tempo stesso le preoccupazioni per il cambiamento climatico e per la salvaguardia dell’ambiente (patrimonio dell’umanità), nonché le preoccupazioni relative le resilienze e la difficile capacità di adattamento alla transizione energetica dei diversi Stati. Tuttavia, dall’analisi dell’Accordo di Parigi nonché del Pacchetto energetico della Commissione europea, appaiono ancora poco definite le questioni del trasferimento di tecnologie e dell’innovazione nel settore energetico, nonché il finanziamento di tali misure. Gli Stati continuano inoltre ad adottare politiche energetiche unilaterali, e d’altronde la firma dell’Accordo di Parigi avverrà solo successivamente, il 22 aprile 2016 a New York. Aspettando dunque aprile per il seguito dei dibattiti.  
Laura La Scala

Bibliografia: 
- Commissione europea: EU Energy in figures – statistical pocketbook 2015
- Comunicato stampa della Commissione europea, il 16 febbraio 2016: Verso l’Unione dell’energia, la Commissione presenta un pacchetto in materia di energia sostenibile e sicurezza energetica. 

martedì 1 marzo 2016

Nuove sanzioni per la Corea: accordo tra Cina e Usa

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

Nuove sanzioni per la Corea: accordo tra Cina e Usa


Nuovi accordi avvenuti in questi giorni tra Stati Uniti e Cina, vedono un largo consenso a una bozza di risoluzione che prevede nuove sanzioni nei confronti della Corea del Nord da far approvare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La bozza prevede la stesura di una blacklist di individui ed entità statali nordcoreane. Il ministro dell’Industria Nucleare e l’Agenzia per lo Sviluppo Aerospaziale (NADA), responsabile del lancio del satellite nello spazio dei giorni scorsi, saranno inseriti nella blacklist. Ulteriori sanzioni verranno imposte, come: 1. Misure restrittive a decine di aziende e soggetti accusati di traffico illecito di materiale nucleare; 2. Il divieto di commercio di armi convenzionali, beni di lusso e carburante per velivoli; 3. Il divieto di esportazione di oro, titanio e minerali rari.[1] Il regime nordcoreano in regime di sanzioni potrà comunque continuare ad esportare carbone e ferro che continua a produrre se pur in proporzioni limitate, ed acquistare petrolio a condizione che non venga usato per il programma di proliferazione nucleare, situazione difficile da comprovare. La Cina resta il principale fornitore di petrolio. Una sanzione proposta dagli Stati Uniti , che è ancora in sede di discussione, prevede restrizioni all’accesso nei porti internazionali delle navi-cargo dirette o provenienti dalla Corea del Nord che verranno ispezionate dalle autorità portuali di appartenenza territoriale. Washington vorrebbe inoltre imporre ulteriori restrizioni alle banche nordcoreane ad accedere al circuito finanziario internazionale, ma soltanto nei prossimi giorni si conoscerà il testo della risoluzione e se verrà approvato.

Le proposte di sanzioni arrivano nello stesso momento in cui gli Stati Uniti e Corea del Sud discutono la possibilità di schierare un sistema difensivo missilistico in territorio sudcoreano, tentativo a cui la Cina si oppone. La bozza di risoluzione fa inoltre riferimento alle “gravi vessazioni” sofferte dal popolo nordcoreano per il programma nucleare ma non vengono menzionate violazioni di diritti umani che invece sono state ampiamente documentate dalla Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite. Secondo Human Rights Watch, infatti, Il programma nucleare di Pyongyang è collegato al sistema statale di repressione, che include lavori forzati e torture.[2]Il testo, senza un futuro sistema d’enforcement da parte soprattutto della Cina, difficilmente dissuaderà la Corea del Nord nel proseguire il suo percorso di proliferazione. Tuttavia la risoluzione, qualora verrà approvata, costituisce un atto di ulteriore pressione internazionale. La maggior parte dei teorici delle relazioni internazionali concordano sul fatto che la questione della sicurezza nel Nord est asiatico dipenda molto dall’equilibrio/squilibrio delle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Con il deterioramento della sicurezza nella regione, nessuna potenza finora emerge nel risolvere la crisi e le due superpotenze sono state fino ad oggi le principali perdenti.

La Cina fino ad adesso ha sempre cercato di “coprire” la Corea del Nord, sia per interessi economici, sia perché il crollo del regime porterebbe l’esercito statunitense e grandi masse di profughi nordcoreani ai suoi confini. Tuttavia la Cina potrebbe pagare la sua condotta di protezione qualora il sistema missilistico difensivo americano venga installato in Corea del Sud, deteriorando le relazioni finora distese con Seoul. Quanto riguarda le relazioni col Giappone, il premier Shinzo Abe ha considerato la possibilità di cambiare la costituzione dotando il paese di un vero esercito, e conducendo un’assertiva politica di difesa, individuando come obiettivo di contenimento proprio la Cina. Dall’altra parte la politica di Obama ha fallito nel sottovalutare il pericolo nordcoreano, delegandolo alla politica cinese, attendendo che il regime di Pyongyang crollasse o arretrasse da solo, cosa che non è avvenuta. Inoltre, secondo Zhiqun Zhu, professore di Relazioni Internazionali alla Bucknell University in Pennsylvania, Cina e Corea del Nord non sono da considerarsi paesi alleati. Lo sdegno cinese per la politica della Corea del Nord sta via via crescendo, e Kim Jong Un non sembra curarsi delle avvisaglie cinesi. I tentativi di dissuasione cinese del lancio del satellite nello spazio da parte di Pyongyang, sono falliti e Kim Jong Un ha fissato il test lo stesso giorno del capodanno cinese. Inoltre nessun ufficiale o politico cinese nelle recenti dichiarazioni ha mai definito la Corea del Nord come “alleato”. Il fatto che le relazioni tra Cina e Corea del Nord non siano delle migliori aiuta a capire perché Pechino abbia un potere limitato sul regime.[3]

In realtà il nodo si trova nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Le due nazioni portano avanti due politiche diverse sulla sicurezza del Nord-est asiatico, pur condividendo la non proliferazione nucleare nella penisola coreana. Queste divergenze hanno permesso a Kim Jong Un di avanzare nel proprio programma di nuclearizzazione e di consolidamento del proprio potere, e ora punta a lanciare la cosiddetta “byungjin policy” ( sviluppo parallelo dell’economia e del programma nucleare ). Ma nessuno può sapere cosa ha in mente il giovane leader. L’unica cosa prevedibile della Corea del Nord è la sua imprevedibilità. La crisi nordcoreana rivela quindi molteplici problemi legati alla sicurezza e alle relazioni bilaterali nella regione.Tutte le forze in campo dovrebbero riconsiderare queste fondamentali questioni e raddoppiare i propri sforzi al fine di garantire la pace e la sicurezza. La cooperazione tra Stati Uniti e Cina risulta quindi fondamentale per contenere l’imprevedibile minaccia nordcoreana, sia per rendere efficaci le sanzioni che probabilmente verranno adottate nei prossimi giorni, sia per raggiungere un accordo sulla sicurezza al fine di generare fiducia e stabilità nella regione.
Danilo Lo Coco



[1] Sengupta S., “China edges away from North Korea”, in “International New York Times”, United Nations, 27/02/2016
[2] Sifton J., Human Rights Watch report, 2016
[3] Zhun, Z., “Key Lessons from the latest North Korea crisis”, in “The Diplomat”, Lewisburg, Pennsylvania, Tribune Content Agency, 2016

lunedì 29 febbraio 2016

Not about defence, not about common: le difficoltà dell'UE nei confronti della politica di sicurezza e difesa comune

#Pensatopervoi

La rubrica settimanale con le nostre proposte

Not about defence, not about common: le difficoltà dell'UE nei confronti della politica di sicurezza e difesa comune


Nel corso della riunione del 24 febbraio 2015 la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo(AFET) ha sottolineato la necessità di rendere la politica estera dell’Unione europea più ambiziosa, proattiva, credibile e strategica. Di fronte ai limiti fissati dai trattati, dalla capacità degli Stati membri e dei loro interessi nazionali, l'istituzione di una sicurezza comune e di una politica di difesa rimane molto difficile. Procedendo in tre tappe, questo articolo si propone di mostrare, in un primo momento, le priorità definite dai programmi di politica estera soprattutto dopo l’avvento di nuove sfide presenti nell'agenda dell'Unione, in particolare la crisi migratoria nel Mediterraneo. In in secondo momento ci sarà un approfondimento dei limiti della PSDC, imposti dal trattato sull'Unione europea (TUE). Infine, analizzeremo l'operazione EUNAVFOR MED, mettendo in evidenza l'impatto dei limiti nel caso specifico.

Le nuove priorità della politica di sicurezza e di difesa comune
La politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) dell'Unione europea è parte integrante della sua politica estera e di sicurezza comune (PESC). Essa comprende la definizione progressiva di una politica europea di difesa comune che mira a consentire all'UE di sviluppare le sue capacità militari e portare avanti delle missioni al di fuori dei suoi confini ai fini del mantenimento della pace, della prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Nel 1992, fu il Trattato di Maastricht a prevedere per la prima volta una politica di difesa propria dell’unione. Tuttavia, lo sviluppo di quest’ultima è stato rallentato dal Regno Unito, il quale vedeva nell’ipotetica politica di difesa comune una perfetta concorrente della NATO (e dei suoi interessi). È stato solo dopo il vertice franco-britannico di Saint-Malo il 4 dicembre 1998 che la situazione si sblocca e nasce la PESC: la "Politica europea di sicurezza e di difesa". Nei primi mesi del 2015, la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo ha sostenuto che la PESC avrebbe dovuto basarsi su tre punti fondamentali:
-Sostenere i vicini orientali e contenere la Russia: lo scopo era quello di investirsi sui programmi d'indipendenza, di sovranità, di democratizzazione dei paesi che desideravano avvicinarsi all'Unione.
-Rafforzare la sicurezza e la stabilizzazione dei paesi del sud con l'obiettivo di promuovere la sicurezza, la democrazia, i diritti umani e la protezione delle minoranze etniche e religiose.
-Migliorare la difesa e sicurezza: lo scopo era quello di sollecitare tutti gli Stati membri a impegnarsi di più per la realizzazione di una politica estera efficiente ed efficace.
Al fine di rispondere ai nuovi scenari geopolitici, alle minacce e le sfide globali, pochi mesi dopo gli eurodeputati avevano chiesto l'adozione di una strategia comune per affrontare le nuove sfide della sicurezza dell'UE. Infatti la commissione per gli affari esteri aveva sottolineato due questioni fondamentali. Da un lato, la capacità dell'Unione di intervenire nella gestione dell'intero spettro di una crisi, e non solo concentrarsi negli strumenti post-conflitto, e dall'altro lato, la capacità degli Stati membri di dimostrare un impegno, e solidarietà al fine di fornire una maggiore forza al livello economico e militare. Di fronte alle nuove sfide, il Consiglio europeo ha deciso di pronunciarsi. In effetti, il 23 aprile 2015, in nome dei principi dell'Unione europea, il Consiglio europeo, in una riunione speciale, ha affermato che la priorità era la gestione della crisi nel Mediterraneo, e che bisognava impegnarsi a:
-Rafforzare la presenza in mare migliorando le operazioni Triton e Poseidon
-Lottare contro la tratta conformemente al diritto internazionale esortando gli Stati membri a collaborare con Europol, Frontex, l’uffucio europeo di sostegno per l'asilo (UESA), e Eurojust,
-Prevenire l'immigrazione irregolare intensificando la cooperazione con i partner africani, e con la Turchia,
-Rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne a vari livelli per garantire la sicurezza dell'Unione.
Le dichiarazioni sono diventati delle conclusioni ufficiali il 18 maggio 2015. Il Consiglio era ben consapevole del fatto che bisognava fissare obiettivi precisi per la PESD. Quel giorno infatti aveva sottolineato l'importante contributo che le missioni PSDC portavano per le operazioni di pace e per la stabilità internazionale, ma aveva anche affermato la necessità di migliorare l'efficacia, l'impatto e visibilità. Alla fine, si può dire che durante la prima metà del 2015, le istituzioni hanno voluto migliorare la politica estera dell'UE in termini pratici. Per questo motivo, le commissioni parlamentari, il Consiglio europeo e il Consiglio d'Europa hanno deciso di intraprendere un modo per rendere la politica di sicurezza e di difesa davvero "comune". Tuttavia, sembra importante chiarire i limiti imposti dal trattato sull'Unione europea (TUE), che ostacolano ogni tipo di iniziativa che potrebbe rendere l'Unione europea una potenza in grado di garantire la sicurezza, non solo all'interno ma anche al di fuori dei suoi confini stessi.

Not about defence, not about common: i limiti imposti dal Trattato sull’Unione europea (TUE)
La PSDC nasce a causa di tensioni diverse: la tensione tra la Francia e il Regno Unito sulla direzione della politica estera, la tensione tra l'UE e gli Stati Uniti sulle misure da adottare durante un conflitto, tra i paesi pro-NATO e i paesi dell'Est. L'istituzione di una politica di difesa era necessaria al fine di poter creare un programma per mettere d’accordo tutti i paesi dell'UE. Tuttavia, anche dopo le Saint Malo le tensioni non hanno visto la loro fine. Le cause delle debolezze dell'azione esterna sono rintracciabili negli art. 42 e 43 del trattato sull'Unione europea, già leggendo l'art. 42§2 il concetto di difesa è già in questione:
La politica dell'Unione a norma della presente sezione non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri, rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite l'Organizzazione del trattato del NordAtlantico (NATO), nell'ambito del trattato  dell'Atlantico del Nord, ed è compatibile con la politica di sicurezza e di difesa comune adottata in tale contesto.
Questo dimostra che gli Stati membri vogliono che la PSDC non cambi le loro politiche estere, o i rapporti già instaurati con la NATO. Così la PSDC è percepita come una politica di supporto alla NATO o degli Stati membri, in quanto li aiuta in missioni che risultano troppo costose, o per le quali un singolo paese non possiede i mezzi. Quindi è chiaro che nessuno vuole che la PSDC sia considerata una minaccia per gli interessi nazionali. Inoltre, art. 43 stabilisce che l’UE può impegnarsi in missioni che:
[…] comprendono le azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento per la gestione delle crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le operazioni di stabilizzazione al termine dei conflitti. Tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a paesi terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio.
Tuttavia, dobbiamo considerare che la PDSC non ha i mezzi e le capacità per gestire un conflitto su larga scala per i motivi sopra citati. Di conseguenza, tutte le operazioni intraprese dall'UE hanno bisogno di un sostegno "esterno". Ciò significa che le operazioni richiedono la cooperazione dell'ONU o la NATO. Per quanto riguarda il concetto di comune, bisogna considerare tre punti fondamentali:
-Secondo il TUE gli Stati membri contribuiscono alle operazioni volontariamente
-La Danimarca ha espresso fin dall'inizio che non avrebbe partecipato all'elaborazione e attuazione delle azioni della PSDC,
-Gli Stati membri hanno differenti capacità militari, e inoltre mettono a disposizione della PDSC dei mezzi che non sono realmente proporzionati alle loro capacità.
Questo dimostra che, alla fine la PSDC ha bisogno di essere ristrutturata, armonizzata, e considerata come vero potenziale da tutti gli Stati membri al fine di garantire la sicurezza dell'Unione.

Il caso EUNAVFOR MED
L’operazione EUNAVFOR MED è una missione condotta dall’Unione europea nel Mediterraneo centrale, istaurata dopo i naufragi che hanno fatto centinaia di vittime. Il 18 maggio 2015 i ministri degli affari esteri e della difesa degli Stati membri hanno deciso di mobilizzare una operazione navale volta a smantellare le reti di trafficanti nel Mediterraneo, al fine di salvare vite umane in mare.  Lo scopo era anche quello di testare l'efficacia della PSDC davanti le nuove minacce. Il 23 aprile 2015, il Consiglio ha annunciato che l'UE ha mobilitato tutti gli sforzi per evitare naufragi futuri, e che l'operazione avrebbe avuto inizio nel mese di giugno. L'operazione è stata composta da tre fasi:
-La prima fase si concentra sul monitoraggio e il contrasto della tratta umana nel Mediterraneo centrale (dal 22 giugno al 7 ottobre 2015).
-La seconda fase dell'operazione ha come obiettivo il controllo e la tracciabilità delle navi sospette (fase in corso).
-La terza fase, ancora da painificare, permetterebbe la rimozione delle navi e delle risorse correlate, e la cattura dei contrabbandieri e trafficanti.
All'inizio dell’operazione 22 di 28 Stati membri hanno contribuito con assistenza logistica ed economica. Il budget del progetto è 11.820.000 milioni di euro, previsto per un periodo di 12 mesi. Durante la prima fase 7 paesi su 22 partecipanti hanno mobilitato dei mezzi navali militari: l’Italia (con la porta-aerei Cavour), il Belgio (con la Fregata Karel Doorman), la Francia (con la fregata La Fayette), la Slovenia (con la nave da pattuglia Svetlyak), la Spagna (con la fregata Santa Maria), la Germania (con nave Berlin), e il Regno Unito (con la fregata tipo 23). Durante la seconda fase dell'operazione, iniziata l’8 Ottobre, 2 Stati si sono aggiunti all’operazione in mare aperto, e sono stati dispiegati 7 mezzi aerei in più. Come detto in precedenza l'Unione europea non ha creato questa operazione come "Unione"; gli Stati che partecipano sono stati che vogliono, più di altri, contenere i flussi migratori nei loro territori. Inoltre, i mezzi utilizzati non sono dello stesso livello: alcuni stati membri hanno fornito le navi, altri forze aeree, altre forze navali e aeree, e altri hanno contribuito finanziariamente. Ora l'operazione è bloccata tra due limiti: da un lato, da Roma (centro operativo dell'operazione) attendono l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza per iniziare la terza fase della missione, d'altra parte, il 16 febbraio 2016 le navi della Nato sono entrate nell’Egeo sotto richiesta di Grecia,Germania e Turchia (la quale beneficierà di 3 miliardi di euro, stanziati dai fondi dell’Unione e dagli Stati membri) e fino ad ora non vi è alcun livello di cooperazione tra le due operazioni, anche se l'obiettivo è lo stesso. La necessità di un intervento NATO non è un evento eccezionale, dal momento che a causa delle limitazioni poste dagli articoli 42 e 43 del TUE ancora si ha il bisogno di aiuto "militare". A questo punto non resta che chiedersi che tipo di potere è l'Unione europea, e in particolare quali sono gli sviluppi per migliorare la PSDC.
Maria Elena Argano



Per saperne di più:
· Stephan Keukeleire, Tom Delreux, The Foreign Policy of the European Union, “The common security and defence policy”, Palgrave Macmillan, The European Union Series, 2014, pp. 172-195
· Commission des affaires étrangères «L’UE doit libérer son potentiel interne pour façonner les politiques internationales»: 
· Commission des affaires étrangères «L’UE doit s’adapter sans plus tarder aux nouveaux défis de sécurité»: 
· Conseil de l’Union européenne «Conclusions du Conseil sur la PSDC» : http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-8971-2015-INIT/fr/pdf
· Conseil européen et Conseil de l’Union européenne «Réunion extraordinaire du Conseil européen – déclarations»: http://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2015/04/23-special-euco-statement/
· Site de l’EEAS «Lutte contre le trafic de clandestins en Méditerranée : l’UE décide de mener une opération navale»:http://eeas.europa.eu/top_stories/2015/190515_fac_defence_fr.htm

L'Iran del dopo elezioni: un paese destinato a cambiare volto o illusione di un sogno mai realizzato?

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

L'Iran del dopo elezioni: un paese destinato a cambiare volto o illusione di un sogno mai realizzato?


Da venerdì 26 febbraio l'Iran si tinge di un colore mite: quello della moderazione. Sembra infatti che il paese stia respirando l'humus di un cambiamento sul quale la politica iraniana ha gettato i semi già da diversi anni. E profuma di nuovo anche l'Assemblea degli Esperti che, nell'obiettivo di rinnovare i suoi candidati, introduce ora la componente femminile. Secondo quanto riportato da fonti interne e ufficiali sembrano ammontare già a tredici le donne iraniane elette. Il dato per lo più fondamentale è che buona parte di tali risultati andrebbero a incidere anche sul piano dei rapporti internazionali - soprattutto con riguardo alla questione delle sanzioni imposte al paese per il suo contestato programma nucleare - , sul futuro delle libertà personali e sociali dei cittadini iraniani, di movimento e di espressione, ormai notoriamente monopolizzate dai principali uomini politici che non permettono nemmeno il più semplice accesso ai social networks, nonché sull'esito della prigionia di Hasan Karroubi e Mir Hossein Mousavi, i leader del movimento Onda Verde costretti ai domiciliari dal 2011 per aver protestato contro un apparato legislativo decisamente obsoleto, seppur in attesa di una liberazione tanto promessa dal Presidente Rouhani.  Ma prima di avviare qualsiasi pronostico, può risultare utile approfondire alcuni concetti - chiave nel quadro delle presenti elezioni, specialmente in vista di un esito parzialmente definitivo previsto solo per lunedì.
Il Majiles, cos'è?
Per quanto rappresenti l'organo del potere legislativo, il Parlamento iraniano condivide la sua funzione con il Consiglio dei guardiani. Quest'ultimo è un organo costituzionale composto per metà da teologi e per metà da giuristi ed ha il compito di vegliare sulla conformità delle norme prodotte dal Parlamento alla Costituzione e all'Islam. Con riguardo alle elezioni presidenziali, il Consiglio vaglia la validità delle candidature. Tutto ciò lascia presagire dunque quale ruolo preponderante occupi all'interno degli automatismi politici iraniani; e come tale "condivisione delle funzioni" segni, secondo diversi studiosi, il destino di un'istituzione quasi priva di utilità. Si badi a non dimenticare, comunque, che il Parlamento deve approvare la nomina e l'operato dei ministri e che può altresì costringerli alle dimissioni. In altri termini, può ostacolare (cosa che ha fatto negli ultimi anni) o favorire la politica del governo dell'attuale presidente. Nelle elezioni correnti, i voti raccolti durante l'affollamento della popolazione iraniana alle urne sembrano propendere per la formazione di una compagine moderato - riformista (con buona pace del fronte conservatore, spalleggiato dall'ayatollah Ali Khamenei, nel ruolo di Guida Suprema) laddove dei 290 seggi parlamentari 96 sono ormai di proprietà riformista contro i 91 rimasti ai fondamentalisti. Agli indipendenti sono andati invece 25 seggi. Tuttavia, per i restanti 52 si dovrà aspettare di andare al ballottaggio alla fine di aprile.  Non sorprenderà scoprire che il ruolo dei riformisti resta abbastanza marginale: la vera partita si giocherà tra l'asse Rouhani-Rafsanjani e quello Khamenei-Pasdaran, dunque tra moderati e conservatori o, per dirla in termini europei, tra centro e destra. Il centro - sinistra resterà un sogno non completamente irrealizzabile ma certo ben lontano per un paese ancora confuso sulla direzione del proprio futuro politico. Prova ne è il fatto che dei tremila candidati di stampo riformista che hanno fatto domanda - compresi entro i totali dodicimila, insieme ai rivali dell'area moderata - soltanto 50 sono sopravvissuti alla scure del Consiglio dei guardiani riuscendo ad ottenere la "qualificazione". Come se non bastasse, i conservatori partivano già da una posizione di netto vantaggio grazie ad un maggior numero di candidati nell'area elettorale, oltre a dichiararsi irremovibili nell'obiettivo di mantenere la maggioranza in Parlamento così da poter esercitare la loro superiorità politica anche all'interno dell'Assemblea degli Esperti.

L'Assemblea degli Esperti, quale ruolo?
Formata da 88 mujtahids (teologi dell’Islam) nei prossimi otto anni, ovvero la naturale durata del loro incarico, potrebbe essere chiamata ad eleggere una nuova Guida Suprema. E ne sarebbe ben lieta la popolazione iraniana. Ma al di là di qualsiasi preferenza politica di massa, sembra vera la malaugurata notizia che riporta gravi condizioni di salute per la Guida della Rivoluzione Ali Khamenei. Il ruolo della Guida Suprema è centrale in Iran, molto più di quanto lo sia quello  dei presidenti o dei primi ministri di qualsiasi democrazia occidentale, tanto da rimanere in carica a vita salvo per particolari eccezioni. Fin dalla fondazione della Repubblica islamica dell'Iran, il paese ha annoverato solo due Guide Supreme, ormai passate alla storia quasi fossero delle istituzioni: l'Ayatollah Ruhollah Khomeini e Ali Khamanei, attualmente in carica dal 1989. Ma cosa succede durante le elezioni del 2016? Quali sono i meccanismi politici e sociali che scattano e, last but not least, quali saranno le conseguenze del dopo elezioni sul piano internazionale per l'Iran?

Elezioni femminili e stop al conservatorismo, le due grandi novità
Attualmente tredici donne risultano elette nel nuovo Parlamento. Erano circa 500 le candidate su un totale di quasi cinquemila aspiranti deputati. Per l'Assemblea degli Esperti invece, il Consiglio dei Guardiani aveva bocciato tutte le domande presentate da una ventina di religiose. Ma la novità delle quote rosa, nella Repubblica orientale non proprio avulsa da atteggiamenti sessisti, è talmente dirompente che il Presidente ha twittato così: "Avete creato una nuova atmosfera con il vostro voto". In una considerazione più generale Rouhani intende rivolgersi agli elettori iraniani, spiegando come il paese sembra avviarsi sul sentiero di un rinnovamento senza precedenti: donne che prendono decisioni in Assemblea, un futuro di riforme per il decimo Majalis, che sia ora un Parlamento dal volto nuovo e ben lontano dal precedente di stampo ultraconservatore, e maggiori libertà nel paese per quanto riguarda l'espressione, non ultimo l'accesso alla rete e la libertà di stampa sembrano gli ingredienti - base della nuova ricetta iraniana. Rouhani gioisce soprattutto per l'indiretta umiliazione inferta agli ultraconservatori di cui non dimenticherà mai gli ostruzionismi ricevuti per tutto l'arco del nono Majalis sulla questione del programma nucleare, nonostante l'Iran avesse correttamente adempiuto ai suoi obblighi di responsabilità internazionale. La direzione verso cui si vuol muovere il Presidente - appoggiato dai cittadini, a ben vedere dalle stime elettorali - è quella di una maggiore apertura verso l'Occidente al fine di permettere futuri negoziati e di poter assorbire quei valori di libertà e democrazia che ancora mancano all'Iran. Inoltre,  l'alleanza tra i due primi vincitori nell'Assemblea degli Esperti, Rafsajani - ex candidato alla corsa per le presidenziali nel 2013, nonchè noto discepolo dell'Ayatollah Khomeini - e Rohani, potrebbe dar luogo a degli scenari inediti nel caso si dovesse eleggere una nuova Guida Suprema, in un'era post-Khamenei. “E’ finito il tempo dello scontro, ora è il momento della cooperazione”, in questo commento si può riassumere la linea politica che vuole intraprendere Rafsanjani.

Cos'ha comportato l'accordo sulla revisione del programma nucleare?
Con l’accordo, l’Iran aveva accettato di ridurre sensibilmente le sue capacità in campo nucleare fino al punto che oggi avrebbe bisogno di almeno un anno per ottenere abbastanza materiale radioattivo con cui costruire un'eventuale bomba atomica. Gli accordi hanno sensibilmente cambiato lo scenario in quanto, prima di questi, il tempo necessario era di qualche mese. In cambio, il paese aveva ottenuto un allentamento delle sanzioni che dal 2006 gli avevano imposto Unione Europea e Stati Uniti. Ma diverse erano le attese sul fronte della crescita economica iraniana del dopo sanzioni: si pensava che da allora il paese avrebbe potuto aumentare le sue esportazioni di petrolio e portare ad una consistente riduzione del greggio, attirare gli altri attori internazionali, primo fra tutti l'Italia, nel quadro di investimenti di capitali e altri affari commerciali, oltre ad attirare potenziali viaggiatori incuriositi dalla scoperta di un paese che è rimasto l' unico visitabile in quello che è oggi un Medio Oriente in fiamme. Eppure non mancano intellettuali, sostenitori di diritti umani e oppositori di varia natura che alternano il ritornello "In Iran cambierà tutto, in Iran non cambierà nulla". Come dar loro torto, se si considera che il metodo con cui sono avvenute le elezioni sembra uscito da un'asta d'antiquariato: il Consiglio dei Guardiani ha posto il veto sulla candidatura di migliaia di riformisti proprio per evitare che la collaudata rotta politica dell’Iran potesse essere dirottata. Ciò ha rafforzato il sentimento scetticista sul possibile rinnovamento iraniano non tanto nei rapporti del paese con l'estero, quanto più al suo interno dove, in aggiunta alla già poca fiducia concessa agli effetti degli accordi sul nucleare, serpeggia la convinzione che andare alle urne sia inutile.

L'Iran che cambia?
Il motivetto ricorrente circa un presunto cambiamento dell'Iran trova la sua ragion d'essere in tutte le contraddizioni - ed eventuali controindicazioni - sopra indicate. Non siamo ancora di fronte a un paese che ha delle Istituzioni stabili a supporto di un cambiamento e, se pure questo dovesse verificarsi, sarebbe caratterizzato da una certa gradualità. Oltre al ristabilimento sul piano politico, l'elettorato è in attesa di vedersi riconosciuta la piena libertà personale e sociale all'interno di un territorio che dovrebbe rappresentare "casa". Il riconoscimento delle libertà personali e sociali deve prescindere da qualsiasi orientamento politico di governo, siano esse nella forma della pacifica protesta e/o nella possibilità di accedere alla rete globale come ogni cittadino di qualsiasi Repubblica democratica fa al giorno d'oggi. La contraddizione per cui tale accesso è negato al comune cittadino mentre i principali politici, tra i quali anche la Guida Suprema, si servono dei social networks per impartire direttive è aberrante. Ma l’Iran è terra di paradossi: raggiunto il 16 gennaio scorso l’Implementation Day dell’accordo sul nucleare, che sanciva la pace con gli Stati Uniti, l’11 febbraio il paese celebrava il 37° anniversario della costituzione della Repubblica Islamica ancora con manifestazioni in chiave anti statunitense. La spiegazione è qui semplice: la legittimità del sistema iraniano si è appoggiata per più di trent'anni sul confronto con gli Usa,  un valido motivo che ha fornito ora una certa coesione interna a dispetto delle tensioni tra le varie fazioni della stessa ala. Non esistendo più un nemico comune esterno, adesso la leadership dovrà concentrarsi sull'impegnativa costruzione di una unità nazionale. Tuttavia, non è ancora chiaro chi avrà la maggioranza più uno dei 290 seggi parlamentari. Molto resterà a lungo incerto poiché per avere un quadro definitivo, secondo il ministero degli Interni, bisognerà aspettare lunedì se non addirittura martedì prossimo, quando tutti i milioni di voti deposti nei 52 mila seggi del paese saranno stati scrutinati dal Consiglio dei Guardiani. E neanche allora la partita sarà finita, in quanto in alcuni collegi elettorali per il raggiungimento del quorum, ovvero il 25% dei voti, sarà necessario andare al ballottaggio, previsto per fine aprile. É abbastanza chiaro come riforme e cambiamento verso un sistema meno ideologico, ma più trasparente ed efficace, richiedano tempi lunghi. A ciò dovrà unirsi la pazienza della popolazione iraniana, benché ormai da tempo depositaria di importanti valori quali resilienza e speranza.
Giulia Guastella

Fonti:

http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dopo-le-sanzioni-un-iran-piu-forte-14721

domenica 28 febbraio 2016

L'Unione europea promotrice di sviluppo nel post 2015

- EDIZIONE STRAORDINARIA -

L'Unione europea promotrice di sviluppo nel post 2015


Nelle relazioni interstatali mondiali, l’Unione europea è promotrice del rispetto dei diritti umani e della solidarietà reciproca tra i popoli, cosi come enunciato nei trattati istitutivi dell’Unione stessa nonché nelle disposizioni in materia di cooperazione allo sviluppo. L’art. 208 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) inserisce la politica di cooperazione allo sviluppo all’interno della più generale azione esterna dell’Unione, prevendendo inoltre il riconoscimento degli obiettivi faro definiti dalle Nazioni Unite, quali l’eliminazione della povertà estrema e l’attuazione di un partenariato globale per lo sviluppo. A tal proposito, gli Stati si sono impegnati a raggiungere tali obiettivi entro il 2015. Sotto l’egida della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, alcuni paesi poveri, americani e africani, fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Country, HIPC) hanno così ottenuto l’annullamento del loro debito estero. Malgrado l’Unione europea sia il primo donatore mondiale per gli aiuti allo sviluppo, non tutti gli Stati membri hanno raggiunto l’obiettivo comune dei Paesi OCSE di destinare almeno lo 0,7% del loro Prodotto Interno Lordo (PIL) all’aiuto pubblico allo sviluppo (APS). Per fare fronte a tali divergenze e definire una visione comune delle sfide socio-economiche odierne, il 2015 è stato dichiarato l’Anno europeo per lo sviluppo, concentrandosi dunque sull’importanza dell’azione esterna dell’Unione europea e in particolare nella promozione dello sviluppo globale. Il quadro finanziario pluriennale dell’UE-28 stabilisce che le spese relative al “ruolo mondiale dell’Europa” (nello sviluppo economico e sociale, ma anche nella mediazione e prevenzione dei conflitti, nella promozione della democrazia partecipativa etc.) ammonterà a 2 154 milioni di euro nel 2016, per un totale di 61 629 milioni di euro nel periodo 2014-2020 (Regolamento UE, EURATOM n.1311/2013). Si aggiunge la quota rilevante di finanziamenti umanitari, che ogni anno l’Unione europea eroga a favore delle vittime di catastrofi naturali e/o umane. Nel 2014, l’Ufficio per gli aiuti umanitari dell’Unione europea ha cosi distribuito 1 273 miliardi di euro in assistenza umanitaria (Parlamento europeo).

Per mantenere il livello di impegno tenuto negli ultimi 15 anni, a partire dalla firma della Dichiarazione del Millennio nel 2000, la Commissione europea istituisce il “Partenariato mondiale per l’eliminazione della povertà e lo sviluppo sostenibile dopo il 2015”. Quali sono le novità di quest’ultima strategia, comune ed europea, in materia di solidarietà internazionale? Il nuovo partenariato prevede una serie di misure collettive e a livello dell’Unione, tra cui: 1) il sostegno allo sviluppo e il rafforzamento, da parte dell’Unione, di politiche e contesti istituzionali abilitanti in altri paesi, compresi quelli in situazioni di fragilità, 2) la destinazione dello 0,7% del PIL all’APS (i paesi a reddito medio-alto si impegnano inoltre ad aumentare il proprio contributo al finanziamento pubblico internazionale), 3) l’UE come promotrice del cambiamento attraverso un maggiore accesso all’istruzione e alla formazione nei paesi in via di sviluppo, al fine di favorire l’acquisizione di competenze necessarie per l’innovazione, la crescita e l’occupazione. Nello scenario europeo, l’Italia si colloca lontana dalla media di paesi come Svezia e Danimarca, destinando soltanto lo 0,16% del proprio PIL all’APS. Tuttavia, dal punto di vista normativo, il 29 agosto 2014 è entrata in vigore la nuova legge 125/2014 “Disciplina Generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo” che prevede la collaborazione tra l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo e il Ministero degli Esteri, al fine di elaborare un documento triennale indicante “la visione strategica, gli obiettivi di azione e i criteri di intervento, la scelta delle priorità delle aree geografiche e dei singoli Paesi, nonché dei diversi settori nel cui ambito dovrà essere attuata la cooperazione allo sviluppo” (Art.12). Un ruolo importante è infine attribuito alle organizzazioni della società civile e ai soggetti senza finalità di lucro, che potranno usufruire di contributi da parte dell’Agenzia al fine di realizzare i programmi di cooperazione. Il settore del non-profit italiano è in constante evoluzione e secondo i dati ISTAT, più di 300 000 organizzazioni sono presenti nel territorio nazionale.

La cooperazione allo sviluppo si conferma tutt’oggi una delle priorità della politica estera europea per il post-2015, rafforzando dunque l’impegno internazionale dell’Unione come garante dello sviluppo e della sicurezza. Tuttavia, la destabilizzazione dei paesi vicini, del Sud e dell’Est, impone all’Unione non soltanto una revisione del proprio sistema interno (in materia di cooperazione), ma anche della sua politica di vicinato, attraverso nuovi modelli di cooperazione euro-mediterranei più inclusivi, sulla scia del Processo di Barcellona lanciato nel 1995.

Laura La Scala

Bibliografia:

Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea: Regolamento UE EURATOM n 1311/2013 - quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020

Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana: legge 11 agosto 2014, n.125 - disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo.

Parlamento europeo - dati sugli aiuti umanitari, http://www.europarl.europa.eu